Elogio del tifo contro: poca etica, molta vita

Frustrazione, allucinazioni mitomani, goduria suprema e fuga dallo stress. La gioia per le altrui disgrazie racchiude un vitalità spesso sottovalutata

di Ruggero Canevazzi
Ruggero Canevazzi
(2 articoli pubblicati)
SSC Napoli v Juventus - Serie A

Da sempre, nel calcio ma in generale in tutti gli sport, tifare contro una squadra o un giocatore rivali è una costante, spesso additata come un modo distorto – se non patologico – di vivere il tifo. Addirittura nel rugby, sport di valori, terzo tempo e massimo rispetto dell’avversario, sperare che una squadra non gradita perda è spesso biasimato dai suoi protagonisti (“Nel rugby si tifa a favore, mai contro”, è quasi un manifesto etico della palla ovale). In tutti gli altri sport augurarsi che i nemici sportivi vengano sconfitti è all’ordine del giorno. Succede quando Milan e Inter giocano in Europa e tu sei tifoso bianconero, succede se stravedi per Roger Federer e Rafa Nadal vince a ogni piè sospinto anche quando sembra che stia perdendo (in quei casi ti senti quasi preso in giro: “Ma come, hai preso 6-0 nel primo set, vai sotto di un break nel secondo, sembri spacciato e poi la porti a casa lo stesso? Allora dillo che lo fai apposta!”). Si finisce per assumere forme di mitomania: “Dio, no! Questa volta sembrava davvero l’occasione buona, li stavano facendo a pezzi, loro non vedevano la porta neanche col binocolo e poi l’hanno sfangata comunque. Come diavolo è possibile? Adesso basta, non può essere sempre casuale, ce l’hanno con me: godono a giocare col gatto col topo, mi fanno credere che stia andando tutto male e invece hanno tutto sotto controllo, aspettano solo che pregusti, illuso e inconsapevole, la serata della loro grande debacle, per poi colpirmi alle spalle quando meno me l’aspettavo. Forti come Achille, scaltri come Ulisse, infami come Agamennone. E io qui, a lottare come un leone, come il grande Ettore, ma destinato alla sua fine tragica”. Frustrazione, mitomania, complesso d’inferiorità, allucinazioni mitologiche.

Quando però accade il contrario, quando la nemesi finalmente soccombe, allora il tappeto rosso si materializza sotto i tuoi piedi e ti conduce dritto dritto verso la gloria, il successo, il trionfo. In una parola, la goduria più pura: “Quegli antipatici maledetti, sempre sostenuti dal fattore C se non dall’arbitro, ora piangono. Adesso li aspetto al varco delle interviste, con quelle facce da cane bastonato, a tirare fuori le scuse più bieche, tradendo una volta per tutte la loro incapacità di perdere e riconoscere il valore dell’avversario. E domani in ufficio? Ah, che meraviglia: quello della Contabilità, il dottor Assilli, sempre pronto a rompermi l’anima ad ogni mia sconfitta, non avrà scampo. Oddio, è vero che mi ha appena aiutato in quel lavoro da Caienna che se non era per lui… no, non c’entra nulla. Qui non c’è in ballo il lavoro, c’è molto di più. La vendetta, sentimento nobile, va onorata. Ho il diritto di godere fino in fondo, truce e spietato. Non si fanno prigionieri. Lui non li farebbe. Sarebbe feroce, gli scrupoli li lascio ai missionari, questa è guerra. Povero Assilli, non hai idea di cosa ti aspetta…”.

Il nostro tifoso ha, per usare un eufemismo, il dente avvelenato. Non siamo proprio in linea con l’etica sportiva, ma non è anche questa l’essenza del gioco e del divertimento? Senza lo sfottò in ufficio, senza il gusto di prendersi in giro tra amici o colleghi, lo sport sarebbe una formidabile scuola di valori ed etica, ma perderebbe la parte più goliardica, quella che gli consente di essere il formidabile asso nella manica per evadere dagli stress del lavoro e della quotidianità. E allora teniamoci stretto il nostro tifoso mitomane, allucinato e vendicativo, col solo augurio che il povero Assilli il giorno dopo non sia vittima di un esaurimento nervoso…

Fonte: l'autore Ruggero Canevazzi

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