El Shaarawy e il tramonto dei sogni nel mondo del calcio

Prima o poi arriva il momento di scavalcare la linea d’ombra di Conrad: «Quella che ci avverte di dover lasciare alle spalle le ragioni della prima gioventù»

di Roberto Leonardi
Roberto Leonardi
(31 articoli pubblicati)
El Shaarawy

Già dagli anni settanta i calciatori provenienti da campionati di livello superiore, chiudevano in leghe minori, le quali desiderose di allargare l’interesse investivano in questi atleti ormai nella parabola discendente, ma ancora validi per dei tipi di calcio dai ritmi meno esasperati. 

Nel tentativo di lanciare il calcio negli Stati Uniti, sbarcarono nella NASL (North American Soccer League) giocatori come Pelè, Beckenbauer, Chinaglia, Neeskens, Vander Elst, Cruijff, Eusebio, Best ecc…
Campioni, o ottimi giocatori, che avevano già gonfiato o salvato reti, dalla parte del mondo calcisticamente più “nobile”, luogo non geograficamente definito, era ed è soprattutto una questione di cultura sportiva.
Dietro ai tentativi di lanciare un prodotto nuovo, c'è ovviamente la commercializzazione, e per un po’ funzionò, per esempio gli spettatori medi del team New York Cosmos salirono dai 4000 del 1971 ai 47000 del 1978.
La migrazione ha sempre seguito il flusso di interessi economici, come tutte le attività, e prendendo atto di quello che accade adesso, è naturale che un giocatore, come un professionista qualsiasi, vada a pescare nel mercato migliore. 

Per i tifosi vagamente nostalgici, è difficile capire perché un ventisettene come El Shaarawy debba lasciare il calcio che consideriamo “vero”, rinunciando probabilmente alla Nazionale, ai team prestigiosi, a vincere titoli più riconosciuti. Di contro quelli meno nostalgici metterebbero sul piatto 15 milioni di euro a stagione, indubbiamente un ottimo incentivo per dimenticare senza particolari traumi queste aspettative professionali, ma secondo me c’è anche dell’altro.

Provo a spiegare il mio punto di vista di tifoso “nel mezzo”, quello di uno nostalgico ma non troppo, cosciente di un calcio e di un mondo che cambiano, ma pur sempre innamorato di Totti, Del Piero, Maldini, Zanetti, Lucarelli, giusto per dirne alcuni.
Probabilmente i giocatori, come tutti noi, in gioventù sono alimentati dai propositi più esemplari: legarsi ai tifosi e restare il più possibile in una squadra diventandone una bandiera, chi è che segue il calcio e non ha mai sognato questo? 
Poi per tutti arriva l’età della realtà, certe cose che avevamo immaginato, i sogni su cui avevamo costruito qualcosa sbattono contro il mondo. Può essere più o meno duro questo impatto, avvenire più precocemente rispetto ad altri, ma prima o poi arriva il momento di scavalcare la linea d’ombra di Conrad: «quella che ci avverte di dover lasciare alle spalle le ragioni della prima gioventù». Diventiamo più calcolatori, e questi ragazzi, per quanto privilegiati, son pur sempre ragazzi, e perso l’amore puro per il calcio, senza più sensi di appartenenza, o legami che una volta avrebbero inciso più nelle scelte, traditi da quello che immaginavano da ragazzini, hanno scelto la strada dell’individualità. Vedi Dani Osvaldo, che molla tutto a trent’anni perché non si ritrova più in questo business e si dedica a tempo pieno alla musica, e ad una personalità evidentemente repressa nello stare alle regole di uno spogliatoio come un soldatino. 

Nello specifico il Faraone, oltre questa presa di coscienza, possibile sia stato influenzato nel credere più poco a un ambiente a dir poco confuso. Un anno fa quell’ambiente si giocava l'ingresso in finale di Champions col Liverpool, sarebbe stato un punto ideale per gettare le basi di un’ulteriore crescita, senza cessioni importanti, e reinvestendo i proventi del cammino europeo in un progetto. Invece ci sono state cessioni e una campagna acquisti scellerata, esoneri di allenatore, direttore sportivo, per ottenere una misera qualificazione in Europa League. Oltre questo ha vissuto da dentro gli allontanamenti ingenerosi di Totti e De Rossi, bandiere ed esempi del calcio che da bambino sognava. Perché continuare a credere in qualcosa che non esiste più? Ripeto, quindici milioni a stagione sono un buon motivo, ma anche il tramonto dei sogni può togliere i residui dubbi sulla scelta professionale ed emotiva. 

Fonte: l'autore Roberto Leonardi

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