Dove va il calcio? Tra modernità e fanatismo medioevale

Il calcio come fede assoluta o come libera scelta, veicolo di fanatismo e intolleranza o di passione e divertimento

di Francesco Poli
Francesco Poli
(34 articoli pubblicati)
FC Internazionale v Parma Calcio - Serie

Sempre più spesso nei dibattiti televisivi calcistici, negli editoriali e su internet si leggono frasi come "quel giocatore non si può discutere", quell'allenatore "non può essere messo in discussione", oppure sul piano temporale, "non si può criticare alla quarta giornata".  In generale secondo alcuni la propria squadra va difesa acriticamente sempre e comunque.

Il dibattito calcistico si sta sempre più restringendo sia nei tempi, che nei modi e nei singoli. Si può magari attaccare il giocatore ultima ruota del carro, magari quello più timido e poco social e mediatico, facendone il classico capro espiatorio. Però le sconfitte per il resto, oltre a questo, sono sempre da imputare a sfortuna e arbitraggi o addirittura alla scarsa fede della maggioranza dei tifosi che non trasmettono abbastanza fideismo. Arrivati a questo punto viene da chiedersi cosa ci stanno a fare trasmissioni, giornali, social networks, se c'è sempre un guardiano della fede o un adepto di questo o quell'idolo che con fare intollerante intima il silenzio. 

Per carità, sappiamo tutti benissimo che non è certo da oggi che per molti tifosi il calcio è un sostitutivo della fede religiosa o di quella politica perduta, oppure un corollario di quella stessa fede religiosa o politica qualora persista ancora, per cui l'allenatore o il centravanti diventano la madonna, il dux o il leader maximo. Ma l'impressione è che ora si stia esagerando, specchio di un'Italia priva di cultura e intollerante che non ha mai abbandonato i modi squadristi da una parte o dall'altra, ma anche dell'anarchia dei social e dell'irresponsabilità di certi giornalisti che invece di adempiere al proprio ruolo si travestono da ultrà o travestono la propria demagogìa da bar con toni saccenti da maestrine del calcio, dimenticando che non stiamo parlando di medicina, economia e storia, dove bisogna aver studiato per parlarne, ma di calcio dove chiunque abbia visto un necessario numero di partite può parlare. Ancora più furbesco è il tentativo di far passare per "hater" e chi critica un allenatore o una prestazione, magari da parte di chi è il primo a usare linguaggi e violenza verbale da "hater".

Oppure forse il problema oggi emerge più acutamente perché nel 2018 anche in Italia il calcio per alcuni sta diventando sempre più sport e divertimento, anche se non viene meno la fedeltà e il senso di appartenenza, mentre dall'altra parte resiste uno zoccolo duro di "talebani" che lo vede ancora come una fede assoluta e dogmatica e irrigidisce ancora di più le proprie posizioni e allergie. Uno scontro tra calcio moderno e calcio novecentesco, chi avrà la meglio?

Fonte: l'autore Francesco Poli

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