Daniele De Rossi, simbolo di un calcio che non vuole più simboli

DDR, è una delle ultime bandiere, probabilmente sarà difficile rivederne sventolare ancora, il calcio va in altre direzioni

di Roberto Leonardi
Roberto Leonardi
(30 articoli pubblicati)
Daniele De Rossi

Le carriere dei calciatori si chiudono quasi sempre in luminose giornate di maggio, naturale, siamo all'epilogo dei campionati. Nella Guerra di Piero Fabrizio De Andrè canta che a crepare di maggio” ci vuole tanto, troppo coraggio.

Stiamo parlando di sport, quindi di una morte metaforica, ma diciotto anni, sono una consistente fetta di esistenza, e sei l'hai dedicata ad una squadra sola come nel caso di De Rossi, in una maniera così densa, profondamente ardente, è comunque la Fine di  qualcosa d'importante.

Probabilmente giocherà ancora un paio d'anni, magari in campionati minori, ma senza la sua seconda pelle addosso, e quindi tecnicamente è ancora un calciatore, ma non sarà la stessa cosa. Ha incarnato la Roma alla pari dei grandi capitani del passato, anche quando non indossava la fascia, fiero di questa identificazione, legittimata dall'astio sportivo ricevuto in alcuni stadi che ha elencato in conferenza stampa. Essere il “nemico” lo ha fatto sentire più vivo, e anche per questo, ovunque andrà a giocare, sarà una piccola morte. Avrebbe potuto accettare l'offerta societaria ed entrare in dirigenza, ed ha subito affermato, che se fosse stato al loro posto, avrebbe rinnovato ad uno come De Rossi, "ma al vostro posto non ci so stare".

Con 117 presenze ha portato più di tutti la Roma in Nazionale, lui e Barzagli saranno gli ultimi due dei campioni del Mondo del 2006 a lasciare la Serie A. Dalla prossima stagione il cielo sarà meno giallorosso sopra Roma, come scritto da tanti, e anche meno azzurro sopra Berlino.

DDR, è una delle ultime “bandiere”, probabilmente sarà difficile rivederne sventolare ancora, il calcio va in altre direzioni. Le società si definiscono da loro stesse, sempre più frequentemente, simili ad aziende, ed in effetti lo sono: c'è chi ci investe dei soldi, e alla fine dell'anno vorrebbe trarne dei bilanci positivi, è sempre stato così. Però le nuove proprietà, pare stiano trascurando il senso d'identificazione dei tifosi, chiudendo in maniera non sempre ineccepibile i rapporti con gli uomini simbolo, e, fatto riscontrabile in altri dettagli non secondari, come nel restyling degli stemmi societari, o nella scelta di nuove grafiche, spesso azzardate, per le maglie.

Forse non è così casuale, anche se appaiono come autoreti di marketing, sono tutti gesti che cambiando le immagini simboliche, stanno attaccando il cuore della passione. Non è chiaro lo scopo, perché se lo facesse solo una società sarebbe un errore di valutazione, invece sembra proprio che la linea sia diventata questa.

Ho avuto la fortuna di vivere il calcio anni ottanta/novanta, forse l'epoca d'oro del calcio italiano, ed essendo poco più di un bambino, magari vedevo solo il bello e mi sfuggivano il calcioscommesse ed altre cose meno sportive. Ma per me la Roma era Di Bartolomei, Puzzo o Falcao, la Juventus Scirea, Platini o Tardelli, l'Inter Altobelli, il Milan Baresi o Gullit, il Napoli Maradona, tutte le squadre erano riconoscibili in uno o anche  più giocatori, ma tutte tutte: Palanca era il Catanzaro e Di Somma l'Avellino.

Quell'epoca pian piano sta svanendo, il divorzio di De Rossi dalla Roma, e la maglia della Juventus per la prossima stagione, sono i simboli di un calcio che non vuole più simboli.

Fonte: l'autore Roberto Leonardi

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