Da Dachau al tricolore: la storia di Čestmír Vycpálek

«Nell’ottobre del 1944 ero uno scheletro vivente con una casacca a righe, che stringeva il filo spinato

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
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Parco Stromovka è il suo campo preferito, i compagni di quartiere gli avversari più indomiti. Čestmír è un ragazzotto biondo e paffutello che trascorre interminabili ore nel cortile di casa. Palleggia col piede destro e col mancino fino all’esasperazione.

Papà Premsyl, tifoso del grandissimo Slavia Praga lo costringe a seguirlo ogni domenica allo stadio. Papà Premsyl vede in Cesto un futuro campione, mamma Jarmila, invece, pretende la massima dedizione allo studio.

Supera a pieni voti le classi del Ginnasio e quelle dell’Accademia Commerciale e, a 17 anni, si ritrova col diploma e il lasciapassare dei dirigenti dello Slavia per giocare in prima squadra.

Ma, dietro l’angolo, c’è la guerra coi suoi orrori. Cesto è internato nel lager nazista di Dachau: «Nell’ottobre del 1944 ero uno scheletro vivente con una casacca a righe, che stringeva il filo spinato di un orrendo campo di concentramento nazista. Solo chi c’è entrato può sapere quanto sia stato difficile, quasi miracoloso uscirne. Vi passai otto mesi di sofferenze inaudite, di privazioni enormi; una buccia di patata, ogni due giorni, mi pareva un tesoro inestimabile. Solo chi è passato attraverso queste esperienze può capire che valore ha la vita e non impressionarsi più di nulla».

Čestmír ritorna a fare meraviglie nello Slavia. Ha una tecnica di primo ordine, gli occhi sempre sul campo e mai sulla palla che controlla ottimamente, una notevole visione di gioco. Quando si avvicina all’area di rigore sa tirare molto bene, con traiettorie precise e potenti.

Estate del 1946: il segretario della Juventus, Artino, e un certo signor Foresto, grande esportatore di vini piemontesi a Praga, dove gestisce anche un night, mette gli occhi su Vycpálek e Korostelev. L’offerta è allettante; stipendio da sgranare gli occhi, un anno a Torino, quindi ritorno a Praga. Breve consultazione con la dolce Hana, che intanto Cesto ha condotto all’altare, e partenza per l’Italia.

Resta bianconero solamente quella stagione. Il trasferimento a Palermo vede la sua definitiva consacrazione e diventa l’idolo della Favorita. In Sicilia nasce anche il figlio, Cestino, che perirà tragicamente nell’incidente aereo di Punta Raisi.

Ventiquattro anni nella cornice incantevole della Conca d’Oro, le tiepide, profumate sere trascorse sulla spiaggia di Mondello, il dialetto dolce ed esotico del siculo boemo, sono i ricordi più belli del suo lungo soggiorno siciliano.

Nel 1952 si traferisce in Emilia, portando la Sicilia nel cuore. Il Parma è una squadra che fatica a sopravvivere tra serie B e C. Quattrini? Pochi. Un giorno, nella festa di Villa Bocchialini, il presidente gli regala un prosciutto. Cesto lo mette sottobraccio incurante di rovinare la giacca.

Torna a Palermo per iniziare la carriera di allenatore nel 1958. Si farà poi raggiungere dalla sua famiglia dopo l’occupazione della Cecoslovacchia da parte della Russia, durante la Primavera di Praga.

Dopo i rosanero, guida altre squadre minori, tra cui Siracusa, Valdagno, Juve Bagheria e il Mazara del Vallo, dove rimane fino al 1970.

Da Torino squilla il telefono: la Juve, primo amore, non si può scordare. Cesto ricomincia da capo, questa volta da allenatore del settore giovanile, per insegnare l’arte della pedata agli allievi che hanno i suoi stessi sogni di un tempo.

1970-71: la Juventus assume come allenatore Armando Picchi, ma dopo pochi mesi di lavoro, è costretto ad abbandonare a causa di un male incurabile. Cesto prende le redini della prima squadra e ottiene risultati grandiosi. Dopo il quarto posto di quella stagione, nel 1971-72 la Juventus è campione e l’anno dopo il bis. I bianconeri giungono anche a un passo dalla Coppa dei Campioni.

Dopo aver sfiorato il tris, beffato dalla Lazio di un altro tipo saggio, Maestrelli, cede il posto a Parola e si rende ancora utile come osservatore.

Ci lascia il 5 maggio 2002, mentre la Juventus sta vincendo il suo ennesimo scudetto, un ultimo saluto al suo vecchio condottiero.

cesto
Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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