La crisi del calcio giovanile italiano

Gran parte dei giovani talenti selezionati per la nazionale under-21 risultano essere sconosciuti al grande pubblico e pochi giocano stabilmente in serie A.

di Giulio Ferrarini
Giulio Ferrarini
(1 articoli pubblicati)
Gianluca Scamacca

Analizzando le ultime convocazioni da parte del commissario tecnico della nostra nazionale Under-21, Paolo Nicolato, si nota immediatamente come gran parte dei giovani talenti selezionati siano semisconosciuti al grande pubblico e come pochissimi di loro riescano a ritagliarsi uno spazio nel massimo campionato italiano.
L'ha già sottolineato più volte il CT: «pochi giovani sono titolari in Serie A» e ancora «dobbiamo aumentare il nostro bacino». 
Ma da dove viene questa difficoltà da parte dei giovani italiani a ritagliarsi uno spazio nella massima serie? In Serie A c'è realmente una carenza di talenti tale da risultare il campionato con l'età media più vecchia tra i top europei (dati CIES), oppure vi è una mancanza di fiducia nei loro confronti?

Innanzitutto bisogna sottolineare che ultimamente la crescita di giovani italiani sta migliorando con giovani talenti che sono protagonisti in campionato e in nazionale, come Barella, Bastoni, Zaniolo, Locatelli, Kean e Scamacca: dimostrazione che coloro che sono bravi alla fine riescono ad arrivare e fare la differenza anche all'interno squadre di alta classifica. Tuttavia la crescita e l'utilizzo di giovani nel nostro campionato è ancora bassa se la confrontiamo con la Ligue 1, dove l'utilizzo di calciatori Under-21 arriva ad una media del 15%, quasi il doppio rispetto al massimo campionato italiano (7,7%). 
Nonostante questi dati possiamo dire senza ombra di dubbio che i talenti in casa nostra ci sono e lo dimostrano gli ottimi risultati ottenuti durante i gli ultimi europei Under-19 e mondiali Under-20. Però coloro che poi riescono a coronare il sogno dell'esordio in Serie A spesso si perdono senza riuscire ad affermarsi ad alti livelli. Ciò accade sicuramente per la mancanza di fiducia nelle loro capacità, ma soprattutto per la fretta da parte delle società di avere un giocatore già pronto senza dover aspettare lo sviluppo e la maturazione completa dei giovani presenti nel loro vivaio che spesso iniziano ad essere mandati in prestito, mentre i dirigenti ingaggiano giocatori già pronti e abituati a certi palcoscenici ma con un'età che si aggira tra i 30/33 anni e quindi in fase calante della loro carriera.
Altro aspetto da tenere sicuramente in considerazione sono i centri sportivi che vengono messi a disposizione dalle società per il vivaio. Solamente sei società tra Serie A e Serie B hanno un centro sportivo di proprietà per le giovanili (Juventus, Roma, Atalanta, Empoli, Chievo, alle quali a breve si aggiungerà la Fiorentina con il nuove centro sportivo); alcune invece, come Milan e Inter, affittano strutture di massima qualità, ma in altri casi si notato strutture non all'altezza e fatiscenti con squadre che spesso si allenano in paesi diversi (campi comunali) e che molte volte vengono costrette a dividersi gli spazi a causa della mancanza di complessi adeguati. Dimostrazione del fatto che c'è pochissima attenzione e salvaguardia per i nostri giovani e per i luoghi in cui crescono e si allenano.
Come già detto in precedenza, però, il trend sta migliorando e sono stati fatti molti sforzi per migliorare la situazione del calcio italiano puntando su molti giovani anche grazie all'egregio lavoro da parte del CT della nazionale maggiore Roberto Mancini, ma non basta. Servono investimenti da parte della società professionistiche e c'è bisogno di dare ai nostri giovani l'opportunità di mettersi in mostra, di sbagliare e di imparare senza essere subito messi da parte.

Fonte: l'autore Giulio Ferrarini

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