Continua a correre grande Renato!

Quarant'anni senza Renato Curi, ecco il nostro ricordo

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
renato curi

 

«Ti ricordi, Renato, quando ci siamo incontrati? Mi sorridesti e mi chiedesti: “Che ci fa qui in Sardegna con la ventiquattro ore e l’ombrello?”» Chi parla è Ilario Castagner, allenatore di quel mitico Perugia arrivato secondo in campionato, senza perdere nemmeno una partita. «Era il maggio del 1973. A Bergamo si giocava Atalanta-Vicenza, per la permanenza in Serie A. Mi avevano detto di andare a Sassari, a vedere Torres-Giulianova. A Bergamo pioveva ed io avevo l’ombrello. Un’ora di aereo e l’ombrello non serviva più; era una cosa ridicola, con quel sole che spaccava le pietre. Ero stato mandato per vedere un tuo compagno, invece io mi entusiasmai per te. Rimasi impressionato dal tuo splendido tocco di palla, dai tuoi movimenti rapidi e brevi, dal tuo modo di giocare senza pallone, dalla tua decisione nei contrasti, dalla tua progressione palla al piede a testa alta, dalle tue pennellate ai compagni. Ero rimasto colpito dal tuo genio calcistico. Tu vincesti la partita. Per me, invece, fu una brutta giornata: l’Atalanta era retrocessa in Serie B. “Glielo porto io l’ombrello”, mi dicesti con il tuo sorriso di sempre, cercando di rincuorarmi. Ci siamo ritrovati assieme, dopo un anno, a Perugia. Ti sei innamorato della città; hai fatto amicizia con le persone che ti stavano vicino. Qui hai cercato il tuo mondo con Clelia e Sabrina. “Come si sta bene a Perugia”, mi dicevi continuamente. Sei stato una delle colonne portanti del nostro Perugia, artefice primo di tante giornate felici. Ti ricordi Renato? “Vai sulla palla, ti dicevo, sui calci di angolo avversari, la diagonale di difesa, doppia il compagno, scala le marcature”. E tu, con lo sguardo sempre sereno, pronto a sacrificarti.
Ti ricordi Renato? “Voglio rientrare con la Juventus”, mi dicevi, poi la tua speranza si velò di tristezza per la botta presa durante l’allenamento di Spello. “Ce la faccio lo stesso” mi dicesti. Il provino, felice, di sabato ti aveva rasserenato. E domenica mattina 30 ottobre: “Sto benissimo mister, voglio giocare, sento che oggi farò una grande partita”. Fuori, intanto, cominciava a piovere. Negli spogliatoi dello stadio Pian di Massiano stavi preparando il tuo grande rientro. Sei entrato in campo con il tuo solito sorriso. La pioggia diventava sempre più prepotente e tu sei caduto senza un gemito. Avevo dimenticato l’ombrello. Perdonami, Renato, se non sono riuscito a proteggerti. Ci hai lasciato con il tuo solito sorriso. Ognuno di noi ha il diritto di scegliere come vivere e come morire. Per tutto ciò che hai fatto, per tutto ciò che eri, avresti meritato la Nazionale. Ora, però, sono sicuro che avrai un posto fisso nella Nazionale del Cielo».
30 ottobre 2007. A Pescara vive la vedova, la signora Clelia Bucciacchio: «Ricordo quel 30 ottobre 1977, come se fosse ieri. Ero allo stadio e seguivo con lo sguardo mio marito. L’ho visto accasciarsi a terra: mi sono precipitata negli spogliatoi. Lui era già stato trasportato in ospedale e, quando sono arrivata lì, mi hanno comunicato la notizia: mi hanno detto che era stato il cuore a cedere. Renato era nel pieno della salute, non si era mai lamentato di nulla. Ero incinta di nuovo, ma non lo sapevo: ho partorito un maschietto, otto mesi dopo, e l’ho chiamato Renato. Ho cresciuto due figli lavorando e con l’aiuto della famiglia. Qualche soldo l’ho avuto dall’assicurazione, ma siamo andati avanti, soprattutto, con il lavoro. Renato era una persona socievole e sorridente ma, al tempo stesso, riservata. A Perugia lo ricordano ogni anno e devo dire che tutti, e dico tutti, mi sono stati vicini. A me e ai miei figli, che sono cresciuti con l’affetto di quel grande Perugia. Da Vannini, che era il suo migliore amico, ad Agroppi, passando per Sollier, Ceccarini e tutti gli altri, dirigenti e allenatori, sono stati i genitori dei miei figli. Il presidente D’Attoma diceva sempre che Renato non era solo mio marito, ma un uomo che era entrato nel cuore di tutti. Questo era Renato Curi».

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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