Razzismo, ci risiamo. Un arbitro non può, non deve.

PSG-Istanbul Basaksehir: sulla scorrettezza del gesto di Coltescu si deve veramente discutere?

di Fanny Boninu
Fanny Boninu
(20 articoli pubblicati)
Giocatori in ginocchio contro il razzism

Mercoledì 9 dicembre la partita PSG-Istanbul Basaksehir, valida per il sesto turno della fase a gironi di Champions League, inizia con i giocatori di entrambe le squadre in cerchio, in ginocchio, durante l’inno, un giorno in ritardo, dal 13’ minuto. In quel minuto, infatti, la sera precedente il match si era interrotto in una bufera di indignazione, per l’ennesimo episodio di razzismo. Responsabile? Il quarto uomo, l’arbitro rumeno Sebastian Coltescu. Secondo quanto ricostruito, in seguito a significative proteste del vice-allenatore del Basaksehir, Pierre Webo, per questo poi espulso dal direttore di gara, Coltescu l’avrebbe indicato al collega appellandolo come negru. L’espressione ha mandato su tutte le furie tutti i calciatori in campo, compresi quelli del PSG, che si sono rifiutati di riprendere la partita con quel quarto uomo e hanno determinato di conseguenza il rinvio al giorno successivo. In particolare, sono risuonate le parole del giocatore del club turco Demba Ba, che dalla panchina è intervenuto con fermezza domandando al quarto uomo: "Quando parli di un bianco non dici 'quel ragazzo bianco'. Perché allora dici 'quel ragazzo nero?'”. E il problema principale è forse proprio questo.

I discorsi intorno alla vicenda sono stati tanti, dai giornali rumeni che hanno indelicatamente “contestualizzato” l’accaduto nei precedenti problemi in carriera e soprattutto nelle recentissime questioni private, agli utenti del web che hanno nella maggior parte dei casi condannato il gesto, talvolta lo hanno minimizzato o si sono cimentati in spiegazioni “filologiche” e linguistiche del termine negru, che in rumeno significherebbe "nero" e non "negro".

Ovviamente la seconda accezione, che sarà certo stata recepita da parte dei giocatori, ha un significato esclusivamente dispregiativo, che rimanda al dramma della tratta degli schiavi africani e che non lascia spazio a nessun dubbio. Ma siamo sicuri che il centro della questione sia questo? Non è stato cioè inopportuno il gesto di un arbitro che identifica una figura dello staff con il colore della sua pelle, a prescindere dal dettaglio della gravità del termine utilizzato?

Perché constatare che una persona abbia la pelle nera di per sé non comporta nulla di male, e anzi ciascuno si può identificare con orgoglio in qualunque carattere fisico. Questo non significa però che per quel carattere fisico si possa essere additati, soprattutto da parte di un ufficiale di gara che ha delicate responsabilità in un ambito che, come quello sportivo, dovrebbe rappresentare l’inclusione.

Coltescu non era un passante che, in modo senz’altro infelice, indica agli amici lo sconosciuto che lo infastidisce in fila al semaforo. Era in quel momento una figura con un compito specifico che si rivolgeva a un altro professionista. Ciascuno di noi è diverso e l’evidenza di questa diversità non deve scandalizzare, ma a livello professionale deve essere garantita quell’uguaglianza che non trasformi le nostre peculiarità in occasione di discriminazione. A livello professionale, al di là di tratti fisici e caratteriali, dobbiamo essere riconosciuti per i nostri meriti e demeriti lavorativi e per il nostro ruolo, e in quel frangente Pierre Webo non era nero, bianco, alto, basso, simpatico o arrogante ma era il vice allenatore del Basaksehir e come tale doveva essere indicato. Altrimenti è futile discriminazione, altrimenti è razzismo.

La fonte dell'articolo è l'autore Fanny Boninu

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