C’era una volta… il sinistro magico di Roberto Rivellino

Non tirava i rigori, perché troppo facili da realizzare

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
Rivelino of Brazil

Il piede accarezza il pallone che, docile, si ferma. Di fronte l’avversario che, debitamente istruito dal tecnico di turno, guarda solo la palla: «Hai di fronte un mago, non farti incantare». Poi, in un attimo, succede quello che tutti si aspettano: un movimento repentino del piede, la palla scompare e riappare, da sinistra a destra, e lui è già oltre, avanti, irraggiungibile.

Roberto Rivellino, da tanti anni si diverte paziente a spiegare ciò che non si può spiegare, il dribbling che lo ha reso prima inarrivabile, imprendibile, e poi famoso, oggi come allora. L’elastico, lo hanno chiamato quel gesto, e in mille altri modi: ma è una semplificazione che non rende, come cercare di spiegare il talento, come provare a ingabbiare in schemi uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, nel Brasile secondo a Pelé e poi basta, forse.

Insegna ai ragazzi, Rivellino, ciò che a lui insegnò da bambino la scuola della strada: «Oggi non si può più giocare sulle strade, peccato», mentre lui, loro, quella generazione si fa bastare gli spazi più angusti, più scomodi, per esaltare ed esaltarsi. È proprio questo il suo segreto: gioca negli angoli, nei corridoi, così affina l’arte del dribbling, agile e perfido, veloce e sublime, si infila dappertutto, il pallone incollato al piede.

Sposato più volte, padre e poi nonno, i suoi figli sono soprattutto i ragazzi che accoglie nelle sue tre “Escolas de Futebol Rivellino Sport Center”, area Sud di São Paulo, quartiere Brooklin, il loro da sempre; lo conduce con il fratello Abilio, anche lui tre figli e tre nipoti, antica ala destra del Corinthians. Gestiscono anche un bar e un ristorante, e Rivellino coltiva anche una curiosa passione per gli uccelli canterini: ha fatto notizia l’acquisto di uno di nome Cyborg, sette volte campione brasiliano di canto, per 40.000 dollari.

La sua scuola è un’esaltazione del calcio e del suo padrone: foto, trofei, il mito è ovunque, non solo in campo, sempre in pantaloncini, palla incollata al piede. «Mi chiedono se ci siano dei futuri campioni, tra questi ragazzi: ma io voglio che stiano lontano dalle deviazioni della società, il nostro è prima di tutto un progetto sociale».

A loro racconta spesso com’era lui, figlio di emigranti italiani, il padre un ambulante di Macchiagodena, Isernia; e quando Roberto comincia a giocare è logico che vada verso il Palmeiras, la squadra fondata dagli italiani nel 1942. Ma il ragazzo al primo test alla Palestra Italia non piace e nel 1962 passa al Corinthians, di cui negli anni diventerà uno degli idoli assoluti. Nome? Gli chiedono alla firma del primo tesserino. «Gli amici mi chiamano Maloca, ma il mio nome è Rivellino, con due “elle” – precisazione a cui tiene – è un nome italiano, i miei erano molisani».

Diventa in breve il Reuccio del Parque São Jorge, la casa del Corinthians, di cui a carriera chiusa sarà anche responsabile tecnico. E allora si sparge la voce in un attimo, e già nel 1963 la gente accorre per vedere quel ragazzo un po’ tarchiato, a cui gli spazi finalmente ampi esaltano la potenza del sinistro. Così commenterà Beckenbauer pochi anni dopo: «Ero andato ad ammirare Pelé, mi rimase negli occhi Rivellino».

In Messico, nel 1970, dopo un suo bolide alla Cecoslovacchia, Rivellino è per tutti la Patada Atomica, potenza allo stato puro. Dribbling micidiale, tiro potente, baffi curatissimi, Rivellino nel tempo costruisce un mito solido anche se spesso perde per strada una “elle” del cognome. Tre reti in quell’edizione del 1970, imposto a furor di popolo al fianco di Pelé in un Brasile ricco di numeri dieci. Chiude la carriera verdeoro proprio contro l’Italia, nel 1978, in Argentina, finale per il terzo posto.

Poi, deciso a far soldi, spende gli ultimi calci in Arabia, da dove torna dopo una litigata memorabile con l’emiro di turno. Una curiosità: non volle mai tirare i rigori, ne calciò appena cinque: «Troppo facili. Preferisco le punizioni». Per lui, la stessa cosa.

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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