Caso Lukaku: i sardi non sono razzisti

Continuare a costruire casi mediatici intorno all'accusa di intere categorie continua a dimostrarsi una gogna più che una soluzione.

di Fanny Boninu
Fanny Boninu
(6 articoli pubblicati)
Il presidente del Cagliari Tommaso Giuli

In Sardegna, alcuni mesi fa, accadde qualcosa di semplice, ma che fa riflettere.

Due bambini, uno con la pelle nera, l’altro bianca, giocano sulla spiaggia. Ad un tratto il bimbo bianco si ferma, guarda il suo compagno e gli chiede: “Ma tu perché sei nero?”. L’altro ci pensa solo per un secondo e poi, indicando l’ombrellone: “Perché la mia mamma è nera. E tu, perché sei bianco?” “Perché la mia mamma è bianca”. I due si guardano e, soddisfatti da tutte le spiegazioni, corrono a fare un nuovo castello di sabbia.

Ecco, la diversità dovrebbe essere questo: curiosità, dato che questo è il solo ingrediente che spinge a conoscere ciò che fa paura rendendocelo pian piano familiare e quindi finalmente tollerabile.

Una mentalità così, libera da preconcetti, si costruisce, si alimenta, si vive ogni giorno. Un primo passo in questa direzione sembra averlo fatto proprio il Cagliari Calcio con l’inaugurazione della “Curva Futura”, il settore dello stadio dedicato ai piccoli tifosi sardi che, dopo una campagna di sensibilizzazione svolta nelle varie scuole isolane, si riuniscono per tifare la propria squadra del cuore. Nel corso di Cagliari-Inter da qui si levavano i cori dei piccoli supporter cagliaritani che si intrecciavano armonicamente a quelli dei piccoli interisti, gli striscioni così diversi l’uno accanto all'altro.

Alla luce di tutto questo pare distorto accusare non solo un’intera tifoseria, ma addirittura un intero popolo per presunti episodi verificatisi quella stessa sera in cui i più giovani hanno offerto una simile lezione di civiltà.

Parliamoci chiaro, i razzisti esistono ovunque, perché se così non fosse avremmo già vinto una guerra tra le più complesse, una di quelle in cui premettere la superiorità di un tipo di pelle o di nascita determina conseguenze dolorose e inaccettabili. Ma ogni generalizzazione, o peggio, strumentalizzazione, rappresenta solo un modo contorto per irrigidire questa guerra, non certo per risolverla.

Nella gara Cagliari-Inter mentre i bambini imparavano ad esultare con rispetto, alcuni tifosi della Curva Nord sono stati accusati di aver emesso versi razzisti contro Lukaku, concentrato su un calcio di rigore. Da allora da tutto il mondo si è levato un accanimento ridicolo. Infatti non sono credibili le accuse di chi difende i deboli esaltando violenza e stereotipi, come ben ci hanno insegnato i tifosi del settore ospiti che hanno urlato “pecorai” a quelli del Cagliari, cosa che continua ad avvenire da anni, o alcuni utenti inglesi che hanno commentato sotto le foto del profilo Instagram del Cagliari con dei civilissimi “all your fans should burn” (“tutti i vostri tifosi dovrebbero bruciare”).

È d’obbligo specificare che l’assenza di razzismo nel calcio o nella società inglese non sia meno bugiarda di tutte queste illazioni contro i sardi. In Inghilterra il calcio patisce il razzismo, ma ci si impegna per punire i veri colpevoli: negli stadi tutti gli addetti collaborano, anche a costo di impiegare tempi biblici. Non porta a niente accusare in toto gli appassionati di una piccola squadra di provincia o chiudere le curve, come più volte si propone: a lungo andare chi agisce bene si sente sotto costante attacco per essere parte di una categoria che è comunque un bersaglio, mentre sbagliare diventa facile, in una folla indistinta di fronte alla quale non si è neppure obbligati a metterci la faccia.

Per finire inviterei tutti ad ascoltare i versi che la curva fa nel corso della partita precedente contro il Brescia mentre Donnarumma sta per calciare il rigore: sono gli stessi, come dimostrano diversi video in rete, anche se il calciatore è bianco. Bisognerebbe dunque giudicare con buonsenso, ed informarsi sino in fondo prima di attaccare: a volte voler vedere il marcio laddove non esiste non risolve un problema, solleva solo trincee di ipocrisia dietro le quali l’additare generici colpevoli mette a tacere la coscienza sotto un bel prato che, quando piove, si riempie sempre delle solite pozzanghere.

Fonte: l'autore Fanny Boninu

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