Una storia sbagliata: il rapimento di Quini

Ventiquattro giorni in mano ai suoi sequestratori: l'unica colpa? Segnare troppi goal

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
quini

È il sesto goleador nella storia della Liga con 219 reti, nel suo palmarès ci sono una Coppa delle Coppe, una Coppa della Liga e una Copa del Rey. Oltre a trentacinque presenze e cinque reti in Nazionale. Eppure Enrique Castro Gonzaléz, detto Quini è ricordato soprattutto per il rapimento patito nel marzo del 1981.

Un anno violento. Ovunque, anche in Spagna, dove la dittatura franchista è terminata da un lustro. Ma le istituzioni democratiche devono guardarsi dai nostalgici del regime. A Madrid, il 23 febbraio, Re Juan Carlos di Borbone e l’esercito stroncano il golpe di un reparto della Guardia Civil agli ordini del tenente colonnello Antonio Tejero Molina. E il 28 febbraio, sempre nella capitale, i terroristi baschi dell’ETA liberano i consoli di Austria, Uruguay ed El Salvador.

Il pallone, però, non smette di rotolare. Dopo ventisei turni di campionato il Barcellona è secondo in classifica, staccato di due punti dall’Atlético Madrid, prima dello scontro diretto, decisivo per lo scudetto. Che manca agli azulgrana da sette stagioni. Troppe, se rapportate ai sei titoli nazionali vinti nel frattempo dal Real Madrid.

Quini arriva in Catalogna per guidare l’attacco, per prendere a spallate le difese avversarie. L’asturiano di Oviedo si è meritato a suon di reti il soprannome di Brujo (stregone). È già stato per tre volte il “Pichichi” (capocannoniere) nel 1974 con 20 centri, nel 1976 con 21 e nel 1979-80 con 24. E continua a segnare: di destro, di sinistro, di testa, in acrobazia. Si conferma lo Stregone delle aree di rigore.

Domenica primo marzo 1981: Barcellona e Hercules si affrontano in uno stadio stracolmo, che assiste a un 6-0 meraviglioso. Lo Stregone realizza due goal, rafforza il primato tra i cannonieri e lancia la sfida ai “Colchoneros”.

Sono le 19:30 quando Quini lascia il Camp Nou. Alle 21:30 deve essere all’aeroporto, dove lo attendono la moglie Maria e i due figli, Lorena ed Enrique, in arrivo da Oviedo. Quini raggiunge casa e telefona al suocero, tranquillizzandolo: sarà puntuale all’appuntamento. Un vicino di casa lo vede alle 21:00 con tre sconosciuti. Poi Quini scompare. All’ora di pranzo di lunedì la sua Ford Granada è ritrovata a pochi metri da casa.

I rapitori si fanno vivi solo alle cinque della sera, l’ora classica delle corride. Sono i sedicenti membri del “Battaglione catalano spagnolo”, gruppo di estrema destra, e scrivono in un comunicato che il giocatore sarà liberato solo dopo la sfida contro l’Atlético: «Il Barcellona è una squadra separatista e non vogliamo che vinca lo scudetto».

Due ore dopo, un membro del movimento rivendica l’azione telefonando a un giornalista del quotidiano “La Vanguardia”. Chiede al Barcellona 350 milioni di pesetas. Nella notte seguente, il Brujo chiama la moglie: «Sto bene, state calmi». Arrivano anche altre telefonate, con più concrete richieste di riscatto. Ma si fa sempre più concreta l’ipotesi che i colpevoli siano dei criminali comuni.

È la domenica della grande sfida. Quini non c’è. E nemmeno il Barça, battuto 1-0. Cede poi al Salamanca e non supera il Saragozza. Lo scudetto è perduto.

Le settimane passano e finalmente la polizia il 25 marzo riesce a liberarlo, localizzandolo in un’officina di Saragozza, nascosto in cantina. Quini appare scosso, ha la barba lunga e si regge a stento in piedi. Il giocatore sembra psicologicamente distrutto, ma reagisce subito: il giorno dopo è già ad allenarsi, anche se il campionato ormai se ne è andato. Segnerà altri due goal, che gli daranno l’ennesima vittoria nella classifica cannonieri.

Nel 1982 si conferma ancora “Pichichi” e firma il 2-1 che vale la Coppa delle Coppe contro lo Standard Liegi. Il sipario cala il 14 giugno 1987, lascia a trentacinque anni dopo 448 gare nella Liga.

Enrique Castro Gonzaléz, detto Quini, ci ha lasciato qualche giorno fa, aveva 68 anni. E se viene ricordato lo deve soprattutto a quei ventiquattro giorni di tanti anni fa. Il destino, a volte, sa essere crudele.

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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