Superclasico: la finale a Madrid è una vergogna

Dove finiranno il senso d'appartenenza e l'atmosfera del calcio argentino in una finale giocata al Bernabeu?

di Marco Ghilotti
Marco Ghilotti
(99 articoli pubblicati)
Real Madrid v Tottenham Hotspur - UEFA C

Chiariamolo subito: far giocare River-Boca al Santiago Bernabeu è un'incredibile farsa, una vergogna oserei dire. È come se la UEFA decidesse di giocare la finale di Champions a Buenos Aires o in qualche stadio in Cina. Suonerebbe strano, anche perché si perderebbe tutta quell'atmosfera che solo gli stadi europei trasmettono, molti tifosi non andrebbero a vedere il match per gli alti costi dei trasporti, i giocatori sarebbero frastornati dal fuso orario e in tutto questo gli unici a guadagnarci risulterebbero essere i broadcaster, che si porterebbero a casa cifre ragguardevoli.

Bene, ora prendete questa situazione, moltiplicatela per cinque e vi farete un'idea del problema nel quale i dirigenti della CONMEBOL, la "UEFA" sudamericana, e soprattutto il suo presidente Alejandro Dominguez si sono andati a cacciare. Perché in un Paese come l'Argentina, dove il calcio ha anche una dimensione religiosa che trascende il semplice contesto sportivo, già trasferire la finale al di fuori della nazione sarebbe stato impensabile secondo i tifosi, pensate se i piani alti hanno avuto la brillante trovata di farla giocare al di là dell'oceano. Il risultato di tutto ciò? Una marea di insulti, proteste non solo dal mondo sudamericano bensì da tifosi di tutto il mondo, che credono e pensano che a Boca e River sia stato rubato il diritto di giocare la "loro" partita dentro i confini nazionali. 

I giornali argentini hanno reagito molto negativamente alla notizia, parlando di fallimento monumentale. Santiago Nolla, ad esempio, sostiene che giocare il ritorno a Madrid significa riconoscere il fallimento di un intero movimento, che secondo il giornalista ha dei gravi problemi riguardo la gestione degli ultras e dei possibili episodi violenti in generali. Secondo i connazionali di Messi però, la soluzione migliore non è tanto fuggire bensì affrontare e risolvere la questione una volta per tutte. Ripulire la fedina penale di un Paese che troppo spesso ha tramutato la passione in atti eccessivi ed inadatti ad un match di calcio, di un Paese che non sembra capire che c'é un limite a tutto, anche in contesti liberi da restrizioni come il calcio. Giocare una partita così storica così importante e cruciale non solo per il futból argentino ma per tutto il movimento calcistico sudamericano in uno stadio distante più di 10.000 km significa essere vigliacchi e codardi, significa non avere il coraggio di affrontare apertamente problemi di una certa portata. 

Il Superclasico a Madrid non sarà mai quello che ci saremmo potuti aspettare nel caso si fosse giocato nella patria di Borges, perché l'atmosfera magica e mistica che solo bolge come la Bombonera o il Monumental possono trasmettere non è rintracciabile da nessun'altra parte. Ad essere sinceri, pochi hanno tutt'ora impresso il match dell'andata in sé, il contesto tattico e tutto quello che concerne l'aspetto più teorico-filosofico del gioco. Quello che ci rimarrà fissato nella mente, quasi fossimo realmente stati lì presenti, sono i cori, le coreografie, l'aria di attesa e ansia che si percepiva solamente guardando gli spalti. 

L'amore e la passione per il gioco che hanno gli argentini è qualcosa che pochi al mondo possiedono. Decidere di spostare una finale al di là dell'oceano è come prendere questi sentimenti e distruggerli con uno sguardo impassibile. Quello che conta alla fine è la plata, i soldi, perché sono quelli che mandano avanti le organizzazioni e i business. Solo che così facendo, i vertici della CONMEBOL non si sono accorti che è come se avessero rubato a un bambino il suo giocattolo più prezioso. 

Fonte: l'autore Marco Ghilotti

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