Eduard Strel’cov: una storia di donne e di gulag

Sognava i Mondiali del 1958 e Pelé, dovette lottare per sopravvivere

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
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«Si chiamava Eduard Strel’cov – racconta Giorgio Porrà – per i devoti il “Pelé bianco”. Era semplicemente un genio, per come accarezzava il pallone, per come vedeva il gioco, per il repertorio sottomisura. E per un colpo di tacco da urlo. Un predestinato. Un giocatore totale. Un mito come Lev Yashin. L’uomo grazie al quale l’URSS avrebbe dovuto dominare il Mondiale del 1958. Invece il suo percorso professionale subì uno stop imprevisto, la sua vita diventò un inferno, la Nazionale fallì nella rassegna svedese. Una vicenda romanzesca. E crudele. Tuttora imbottita di dettagli mai chiariti».

Quando il 25 maggio del 1958 Eduard Strel’cov varca la soglia della dacia di Eduard Karakhanov, ufficiale militare da poco rientrato dalle lontane lande dell’Unione Sovietica orientale, tutto il mondo giace ai suoi piedi. È alto, giovane, vigoroso, affascinante e soprattutto pieno di talento. Con un pallone tra i piedi sa fare cose incredibili. «Mai visto nessuno come lui su un campo da calcio dell’URSS», affermano all’unanimità i commentatori sportivi.

Ventenne, figura al settimo posto nella graduatoria del Pallone d’Oro, assegnato quell’anno ad Alfredo Di Stéfano.

Nella dacia di Karakhanov, dove la vodka scorre a fiumi, le belle donne non mancano. Strel’cov non è insensibile né a Bacco né a Venere. La mattina seguente si sveglia accanto alla giovane Lebedeva. Poche ore dopo viene arrestato con l’accusa di averla stuprata. Durante l’interrogatorio un agente del KGB gli si avvicina e gli dice: «Fuori da qui ti aspettano i Mondiali in Svezia. Confessa e ti facciamo uscire».

Strel’cov ci casca e accetta, firmando la propria condanna. Il suo futuro non sarà la sfida contro Pelé, oppure Hamrin, Rhan o Fontaine, bensì quella per la sopravvivenza in un gulag, i terribili campi di lavoro e di rieducazione.

Colpevole o vittima di un complotto? È uno dei più grandi misteri del calcio russo. Debole appare la teoria che lo vuole punito per aver rifiutato di trasferirsi dalla Torpedo alla Dinamo Mosca irritando i proprietari di quest’ultima, ovvero il KGB.

Ben più fondata è invece l’ipotesi che tutta la vicenda sia una macchinazione a opera di Yekaterina Furtseva, l’unica donna a essere mai stata ammessa nel Politburo, l’organo esecutivo del Partito Comunista Sovietico. I due si conoscono nell’atrio del Cremlino durante le celebrazioni per la vittoria olimpica. È in quell’occasione che la Furtseva chiede a Strel’cov di sposare la sedicenne figlia Svetlana, ottenendo un secco rifiuto. «Sono già fidanzato e presto convolerò a nozze», replica il giocatore. Poco dopo, forse tradito dai fumi dell’alcol, calca la mano con un gruppo di amici: «Non sposerò mai quella scimmia».

Eduard torna a casa nel 1963 dopo cinque anni di prigionia, ma la squalifica a vita comminatagli al momento della condanna gli viene revocata da Leonid Brežnev. Può così tornare alla sua amata Torpedo Mosca. In campo scende un giocatore lento, appesantito, ma dalle qualità tecniche e balistiche ancora intatte. Nel 1965 la Torpedo è campione nazionale, tre anni dopo arriva anche la coppa dell’URSS. Strel’cov è votato calciatore sovietico nel 1967 e nel 1968. Nel frattempo torna in Nazionale, con la quale totalizza 38 presenze e 24 reti.

Eduard Strel’cov muore nel 1990 a soli 53 anni per un tumore alla gola, causato con tutta probabilità dai lavori nelle miniere siberiane. Solo sul letto di morte rompe il silenzio che ha sempre mantenuto sulla vicenda, confessando ai famigliari la propria innocenza.

Oggi lo stadio della Torpedo Mosca porta il suo nome.

«Strel’cov, il “Pelé bianco” –  conclude Porrà – era campione non allineato, strenuo difensore della propria libertà. Un nemico da impallinare per il regime del tempo».

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Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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