Brasile-Zaire ’74: quando un cartellino giallo ti salva la vita

Mondiali in Germania Ovest: dalla prima storica qualificazione, alle minacce di morte.

di Niccolò Severini
Niccolò Severini
(13 articoli pubblicati)
Mwepu Ilunga

Immaginate la Germania negli anni settanta. Berlino è divisa: ovest, est. Clima politico e territoriale instabile, come il mondo che si sta delineando sotto le pressioni della Guerra Fredda. Immaginate il primo evento sociale e sportivo tedesco di portata mondiale dopo le olimpiadi naziste del 1936. Immaginate una nazione neonata dopo un decennio di guerre civili e colpi di stato. Infine, prendete un capo di stato con una passione folle per il calcio ed avrete lo Zaire.

Mobutu, primo protagonista della storia, era il capo di stato che aveva posto come obiettivo al suo paese di entrare nelle magnifiche 16 della coppa Rimet - per le africane era disponibile una sola slot - e per riuscirci pagò di tasca propria i contratti ai migliori giocatori che giocavano in Belgio, l'ex paese colonizzatore, per portarli in Africa. Nello stretto giro di tre anni lo Zaire, tra club e nazionale, era diventato il centro calcistico del continente.

Il mondiale ora aveva la sua Cenerentola, la bella storia sportiva che restituiva gioia ad un paese che si stava rialzando. Mobutu prima della partenza per la Germania, aveva consegnato ai suoi calciatori enormi quantità di denaro e promesse di premi cospicui per premiare una campagna tedesca all'insegna di orgoglio e dignità.

Il 14 giugno a Dortmund, all'esordio contro la Scozia arriva una sconfitta per 2-0, ma la trama drammatica di questa storia comincia solo quattro giorni più tardi. Gelsenkirchen, Zaire zero, Jugoslavia nove. L'ultimo avversario era il Brasile campione del mondo, non più la squadra di Pelè, ma di come Jairzinho e Rivelino. Così, il capo di stato zairiano prese il primo aereo per la Germania e si rinchiuse dentro l'albergo con i suoi calciatori. Fino a qui nulla di strano.

Il 22 giugno al Brasile servivano tre gol per qualificarsi. Sul risultato di 3-0 per i carioca, venne concessa una punizione all'elegante mancino di Rivelino. Mwepu Ilunga, l'altro protagonista della storia, si stacca dalla barriera scaraventando il pallone dall'altra parte del campo, tra le risate dei brasiliani: "ma questi nemmeno il regolamento conoscono?".

Solo anni dopo Ilunga spiegò il perché del suo gesto. In quell'albergo tedesco, Mobutu non era andato per star vicino alla squadra. Le promesse milionarie vennero meno, e di fronte allo sciopero minacciato dai calciatori si trasformarono in sentenze di morte. Se lo Zaire avesse perso con più di tre gol di scarto nessuno dei giocatori sarebbe tornato a casa e con loro le famiglie, confesserà l'ex calciatore. Nell'odierna Repubblica Democratica del Congo quel gesto viene ancora visto come un calcio di ribellione al regime. E Ilunga, scomparso nel 2015, ne è diventato il simbolo.

Fonte: l'autore Niccolò Severini

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