Benfica: la storia dell’anatema di mister Bela Guttmann

«Senza di me, il Benfica non vincerà più una finale europea»

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(24 articoli pubblicati)
Bela Guttmann

Bela Guttmann aveva girato tre continenti; aveva vissuto, da giocatore nell’American Soccer League, il crollo di Wall Street nel 1929. Era scampato all’Olocausto riparando in Svizzera; aveva pianto un fratello deceduto in un campo di concentramento; era in Sudamerica quando i carri armati sovietici avevano invaso il suo paese soffocando nel sangue l’instaurazione di un governo progressista svincolato dall’URSS. Come tecnico poteva affermare di aver allenato alcuni tra i più grandi campioni di quel periodo: Puskás, Kocsis, Czibor, Nordahl, Schiaffino, Liedholm, Zizinho, Coluna. Cosa avrebbe potuto ancora riservagli la vita, se non il piacere di insegnare quel suo 4-2-4 che aveva fatto la fortuna della Honved, della Grande Ungheria e del Brasile campione del mondo 1958 (prima del São Paulo guidato da Guttmann nessuna squadra brasiliana si schierava con quattro difensori veri)?

La risposta si trova in un villaggio del Mozambico e si chiama Eusébio, il più grande calciatore portoghese della storia. L’esperienza alla guida del Benfica rappresenta il fiore all’occhiello della zingaresca carriera di Guttmann, con due campionati portoghesi, una coppa nazionale e due Coppe dei Campioni vinte tra il 1959 e il 1962. Ma il soggiorno in Portogallo ha regalato a Béla anche una delle più grandi delusioni della vita, come se il destino avesse voluto punirlo per aver contravvenuto a un suo motto: «La terza stagione è fatale». Ovvero, dopo due anni è meglio fare le valigie. Una massima alla quale Guttmann deroga una volta soltanto, proprio col Benfica, che lascia, gonfio di rancore, pronunciando una frase entrata nella storia: «Senza di me, il Benfica non vincerà più una finale europea».

Le fondamenta del Benfica vengono gettate fin dal momento del suo arrivo sulla panchina delle “Aquile”, quando allontana venti giocatori, sostituiti dal difensore centrale Germano e l’ala destra José Augusto e da qualche prodotto del vivaio, come il mediano Cruz. I tre saranno titolari, col portiere Costa Pereira, i difensori João e Angelo, il regista Mário Coluna, l’ala Cavém e l’attaccante José Águas, in entrambe le finali di Coppa dei Campioni vinte, la prima 3-2 contro il Barcellona, la seconda 5-3 ai danni del Real Madrid.

Nel mezzo la scoperta di Eusébio, la cui paternità è da dividere tra José Carlos Bauer, ex nazionale brasiliano e giocatore di Guttmann ai tempi del São Paulo, e lo stesso maestro di calcio ungherese. Una settimana dopo il successo contro il Barcellona in Coppa dei Campioni al Wankdorf di Berna, il fenomeno del Mozambico veste per la prima volta la maglia rossa del Benfica fresco campione di Europa.

Amsterdam è la sede scelta per ospitare la finale del 1962. L’avversario è nuovamente un club spagnolo: quel Real Madrid, che di Coppe Campioni ne ha già messe in bacheca cinque. Guttmann è nervoso, ha appena scoperto che talvolta i nemici non si trovano nel giardino accanto, bensì nel proprio. «Il suo stipendio è sufficiente», era stata la gelida risposta dei dirigenti lusitani di fronte ad una sua richiesta di aumento. Era stata scritta la parola “fine” a una bella storia. Il mago ungherese lo aveva deciso passeggiando tra i canali: un club guidato da simili persone, pensava, non meritava di continuare a vincere con lui. Ai giocatori però lo disse solamente dopo il fischio finale, quando cominciarono i festeggiamenti.

A nulla valsero le lacrime di Eusébio, autore della doppietta decisiva per il 5-3 finale, né il carisma di Coluna, il giocatore scelto per convincere Guttmann a tornare sui propri passi. «Dalla vittoria della Coppa dei Campioni ho guadagnato 4.000 dollari in meno rispetto a quella del campionato, e nessuno ha voluto muovere un dito per cambiare le cose». Con queste parole saluta il Benefica, prima di pronunciare l’oramai storico anatema. Mitologia o semplice suggestione, da allora le “Aquile” hanno perso tutte le finali disputate in campo internazionale.

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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