Beffe italiche: i ricordi di Italia-Corea del Sud 16 anni dopo

Il ricordo di una delle partite più atroci della storia della Nazionale italiana di calcio

di Stefano Boffa
Stefano Boffa
(107 articoli pubblicati)

Daejeon, 18 giugno del 2002, la Nazionale italiana allenata da Giovanni Trapattoni veniva eliminata dal Mondiale nippo-coreano agli ottavi di finale dai padroni di casa della Corea del Sud in rimonta grazie al golden gol del 2-1 realizzato dall'allora giocatore del Perugia Ahn Jung-Hwan. Un epilogo inaspettato alla vigilia della kermesse iridata, dove gli Azzurri erano annoverati addirittura tra i favoriti per la vittoria finale, anche se propiziato, in parte, dall'arbitraggio del fischietto ecuadoregno Byron Moreno, ma andiamo per ordine. L'Italia veniva da una fase a gironi tutt'altro che convincente, visto che era riuscita a qualificarsi per il rotto della cuffia racimolando 4 punti in un girone piuttosto semplice con Ecuador, Croazia e Messico. Nonostante gli evidenti e grossolani torti arbitrali subiti dagli Azzurri nel corso delle partite decisive con Croazia e Messico, era vero anche che i nostri non erano mai riusciti ad imporre il loro gioco agli avversari, fornendo prestazioni scialbe e sottotono che avevano minato alcune certezze dal punto di vista tecnico-tattico.

Il Trap, al di là dell'oggettiva qualità offerta dalla rosa (soprattutto in attacco e in difesa), non riusciva mai a trovare la quadratura non solo a causa di alcuni vezzi tattici evitabili (vedasi la marcatura sullo spauracchio ecuadoregno De la Cruz), ma anche a causa della scelta dei cambi a partita in corso, senza dimenticare alcune convocazioni che avevano fatto parecchio discutere (la presenza di Di Livio e Delvecchio e l'assenza di Baggio in primis). Passata la paura dei gironi, l'Italia si apprestava ad affrontare agli ottavi i padroni di casa della Corea del Sud allenati da una vecchia volpe del calibro di Guus Hiddink. Il tecnico olandese era riuscito a far assimilare gli schemi del calcio totale olandese ai suoi giocatori, creando un collettivo gagliardo, coriaceo e atleticamente devastante, capace di giocare a ritmi sovrumani per compensare alle evidenti carenze tecniche, anche se la squadra, tutto sommato, poteva vantare alcune individualità interessanti (Park Ji-Sung e Hong Myung-Bo in primis).

La vigilia della partita era stata resa incandescente non solo dai titoli dei giornali coreani, i quali davano per certo il passaggio del turno dei loro beniamini, ma anche dai tifosi coreani stessi, i quali sognavano di replicare la stessa impresa compiuta dai cugini nordcoreani nei Mondiali inglesi del 1966, senza dimenticare i soliti sospetti avanzati dagli italiani per quanto riguardava il possibile arbitraggio. Arrivato il giorno della partita, l'inizio pareva non essere particolarmente incoraggiante: calcio di rigore al primo minuto per trattenuta di Panucci su Seol e Buffon già costretto agli straordinari parando il tiro dagli 11 metri ad Ahn. Scampato il pericolo, Vieri riuscì a sbloccare la partita al 19' con un'incornata poderosa sfruttando l'angolo battuto da Totti. A vantaggio ottenuto, gli Azzurri cercavano di amministrare la partita (emblematico fu il cambio Gattuso-Del Piero), che però si era incattivita e, a farne le spese, furono Zambrotta (sostituito con Di Livio) e Coco (testa fasciata), tutto sotto gli occhi del compiacente direttore di gara Moreno.

Quando i giochi sembravano fatti, arrivò la doccia fredda: Panucci respingeva male un cross dalla destra e Seol ne approfittava per segnare l'1-1. Si va ai supplementari. Al 104', Totti subiva fallo in area, ma Moreno la pensava diversamente e lo ammoniva per la seconda volta, espellendolo. Dopo il golden gol annullato ingiustamente a Tommasi nel secondo tempo per fuorigioco, a 3 minuti dai calci di rigore, Ahn indovinava la zuccata vincente anticipando Maldini su un cross dalla sinistra, facendo calare il sipario sulla partita e regalando il passaggio del turno alla Corea del Sud. “Again 1966”, così recitava la coreografia dei tifosi coreani allo stadio di Daejeon il giorno della partita. Più che un augurio pareva quasi una premonizione, con dietro qualche ombra di troppo.

Fonte: l'autore Stefano Boffa

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