6 febbraio 1958: lo schianto di Monaco

Pochi anni dopo il Grande Torino, anche il Manchester United piange i propri morti

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
Survivors Smile

Giovedì 6 febbraio 1958: il Manchester United, guidato dal famoso Matt Busby, è di ritorno da Belgrado, dove ha pareggiato contro la Stella Rossa, nella gara di ritorno della Coppa dei Campioni, superando così il turno. L’aereo, che può trasportare sessanta passeggeri ed ha due motori per ala, sta tornando verso Manchester e fa scalo all’aeroporto di Monaco di Baviera per fare rifornimento; sarebbe una formalità se, nel frattempo, non fosse cominciato a nevicare.

Terminate le operazioni di rifornimento, l’aereo compie due tentativi di decollo ed entrambe le volte i passeggeri vengono fatti scendere per poter ispezionare il velivolo. Al terzo tentativo l’apparecchio si stacca dal suolo senza tuttavia prendere quota, in quanto i motori non raggiungono la potenza necessaria e, dopo aver sfiorato la cima degli alberi alla fine della pista, il bimotore scoperchia la casa di un sobborgo di Monaco precipitando su un capannone adibito a deposito di benzina e di olio.

Immediatamente si sprigionano fiamme altissime, l’incendio si propaga sulla carcassa dell’aereo, facendo esplodere uno dei motori. La fusoliera fortunatamente non prende fuoco e molti membri dell’equipaggio, riusciti a fuggire, tornano fra le macerie per soccorrere i feriti.

Le autorità tedesche attribuiscono la causa dell’incidente alla presenza di ghiaccio sulle ali e al pilota, e non alla gestione dell’aeroporto, responsabile a sua volta delle condizioni della pista. A quel tempo non si sapeva molto riguardo alla neve sciolta sulla pista e la pista di Riem non era ben drenata e vi si potevano formare larghe pozze. Le indagini furono ostacolate dalla neve caduta fra il momento dell’incidente e l’arrivo della squadra investigativa e per problemi minori ai motori causati dai due precedenti tentativi di decollo, poi abbandonati.

Sette giocatori morirono sul colpo: il capitano Roger Byrne, titolare in Nazionale; il centravanti Tommy Taylor, il migliore che allora vantasse l’Inghilterra; il mediano Eddie Colman, a ventuno anni già tra i più rinomati d’Europa nel suo ruolo; l’ala sinistra (anche della Nazionale) David Pegg; Billy Whelan, cervello offensivo della Nazionale irlandese; il gigantesco stopper Mark Jones. Il terzino di riserva Geoff Bent. Perirono anche l’allenatore Tom Curry, il preparatore fisico Bert Whalley e il segretario Walter Crickmer, i giornalisti Archie Ledbrooke, del “Daily Mirror”, e Frank Swift, l’ex grande portiere del Manchester City e della Nazionale inglese, diventato cronista dopo aver abbandonato il calcio.

Brian Glanville, commentatore inglese, scrisse pochi giorni dopo l’accaduto: «Perché mai il Manchester ha caricato tutta la squadra su un aeroplano invece di noleggiarne due? Il terribile disastro di Superga, nove anni fa, non ha insegnato niente? L’Arsenal non viaggia se non può usare due aeroplani! Il Manchester United merita sincera simpatia, ma i propri dirigenti devono essere aspramente censurati per la pazzia che è costata a loro, e al calcio britannico, un prezzo così alto».

Glanville si felicitava che la sciagura avesse risparmiato «il grande Duncan Edwards, lo splendido laterale sinistro della Nazionale inglese (ma si teme che quelle sue gambe possenti, capaci di spaccare un palo della porta con un tiro, non saranno più quelle di prima)». Purtroppo, il leggendario e ancora giovanissimo Edwards, morirà qualche giorno più tardi, per le terribili ferite.

Quanto al tecnico Matt Busby, il creatore di quella giovane squadra chiamata “Busby Babes”, rimase gravemente ferito e solo dopo alcune settimane, fu dichiarato fuori pericolo. Uno dei ragazzi più promettenti, Bobby Charlton, rimediò alcuni giorni di ospedale, ma ebbe salva la vita. Attorno a lui, faticosamente, Busby avrebbe costruito un grande Manchester, ma la vittoria in Coppa dei Campioni sarebbe arrivata solo nel 1968, a dieci anni da quella tragica notte. 

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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