4 maggio 1949: in memoria del Grande Torino

Con la morte di Sauro Tomà, avvenuta qualche settimana fa, gli Invincibili sono nuovamente tutti assieme

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(29 articoli pubblicati)
grande torino

Il cappellano, don Tancredi Ricca, è già lì che si aggira tra miseri resti di corpi umani, sparsi tra lamiere arroventate e focolai di incendio. Capisce ben presto che per quelle povere anime non si può che pregare.

Il giardino che sorge ai piedi della basilica è delimitato da un poderoso bastione: proprio contro di esso si era schiantato l’aereo, un Fiat G-212, provocando un foro circolare di 4 metri di diametro e proiettandosi poi sulla spianata.

Nel frattempo, al campo dell’Aeritalia, ci si comincia a preoccupare: perché ancora non si sente il rumore del G-212? E perché dalla radio del velivolo nessuno risponde più? L’ultimo contatto è avvenuto qualche minuto prima: «Visibilità zero - aveva scandito in Morse il radiotelegrafista del campo - se volete atterrare dovete volare alla cieca».

In quel momento l’aereo era già in vista di Torino. In vista si fa per dire, perché viaggiava sballottato fra nubi nerissime e raffiche di vento. Ma dopo qualche attimo di silenzio, la risposta proveniente dall’aria aveva sciolto ogni dubbio sulle intenzioni del comandante: «Quota 2000, tagliamo su Superga».

Il volo sopra il colle era un fatto abituale per chi si preparava all’atterraggio. Erano le 16:58, di lì a poco si sarebbe compreso il tragico errore, causato forse da un guasto delle apparecchiature di bordo: anziché a 2000 metri di altezza, il pilota viaggiava a poco più di 200. Non stava sorvolando la collina di Superga, stava per colpirla in pieno.

Contrariamente agli addetti dell’Aeritalia, i clienti del ristorante di Superga hanno invece già percepito i contorni del dramma. Anche loro hanno sentito il rombo e il tonfo e, dopo pochissimo, un uomo proveniente dal luogo della sciagura li ha messi al corrente dell’accaduto. Una decina di minuti dopo le 17 la notizia corre via telefono dal ristorante a Torino, da dove partono tredici ambulanze, vigili del fuoco e polizia.

Sul colle, attorno alle salme, si continua a rovistare. Valigie e pacchi regalo sono sparsi d’intorno. A un tratto qualcuno scorge due maglie di colore granata con lo scudetto tricolore e la verità passa davanti alle menti in un baleno: «È il Torino! È l’aereo del Torino!».

La strada per Superga è ormai preda di un gigantesco ingorgo: tutti vogliono constatare di persona, ma tutti, compresi i familiari delle vittime, vengono bloccati ai cancelli della Basilica.

È arrivato anche Vittorio Pozzo. Dal Torino il vecchio maestro si è distaccato a causa di un dissidio personale con Novo. Ma i ragazzi no, non c’entrano, per lui sono come figli.

Pozzo avanza con passo eretto fra i rottami, incrociando gente che corre, che grida, che piange. «Su un lato del terrazzo - ricorderà dieci anni dopo - spazzando i rottami, qualcuno aveva già disposto i corpi, non martoriati, di Loik, di Ballarin, di Castigliano. Li riconobbi, e li nominai, sentendo uno dei presenti che aveva dato un’indicazione errata. Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli abiti, dalle cravatte, da tutto. Fu allora che mi accorsi di un maresciallo dei carabinieri, che mi seguiva e prendeva nota di quanto dicevo. “Nessuno meglio di lei...”, sussurrò, mettendosi sull’attenti».

Al cospetto della Basilica di Superga, quella sera del 4 maggio 1949, si era immolata una squadra leggendaria, capace di dominare il calcio italiano. Una squadra e una società assurti a modello assoluto e intoccabile. Il Grande Torino era da tempo al di sopra del tifo di parte. Era l’orgoglio di tutti. Un simbolo della rinascita italiana dopo la guerra. Un inno alla gioventù, alla forza, alla lealtà.

La sciagura di Superga, nell’immaginazione popolare, rese eroi immortali i componenti di quella squadra. Si seppe poi che Novo, notando degli scricchiolii nella macchina perfetta che aveva costruito, aveva in mente dei ritocchi sostanziali.

Raccontano che da quando il fato glieli strappò di un colpo, Novo si perse nel dolore. Aveva azzeccato tutto prima, sbagliò tutto dopo. Come se ai piedi della basilica fosse rimasta anche la sua anima.

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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