Perché tutti dovrebbero guardare “The last dance”

La docuserie su Micheal Jordan ha messo d'accordo appassionati e critica: è un capolavoro. Ecco perché potrebbe dare il via ad un'epoca

di Luca Girometta
Luca Girometta
(35 articoli pubblicati)
Micheal Jordan

Partiamo da una premessa: non sono un fan del basket. Se mi capita di incrociare una partita di NBA in tv la guardo volentieri, ma il pallone che rotola su un campo d'erba mi ha sempre affascinato di più di quello che vola rincorso da giganti che corrono su un parquet. Tuttavia, appena ho saputo dell'uscita di "The last dance", ho pensato che avrei dovuto vederlo, forse perché curioso del mondo dell'NBA, forse perché avevo intuito che sarebbe stata una meravigliosa storia di sport, o forse perché gli atleti dotati di una fortissima personalità mi hanno sempre attratto.

Questione di sport e di emozioni

Consapevole delle mie limitate conoscenze sul basket, una sera ho iniziato a vedere "The last dance", e dopo 50 minuti ho scritto ad un mio amico (lui sì che conosce bene questo mondo): "Wow, è da brividi". Chi ha ideato questa docuserie ci ha visto lungo: non è importante che lo spettatore sia un fanatico, non serve nemmeno sapere chi sia Scottie Pippen (che sia chiaro, almeno questo lo sapevo), l'unico requisito è saper accogliere questa opera ed essere in grado di capire che quello che si sta guardando altro non è che una vita, forse non una vita normale, ma pur sempre una vita; a tutto questo va aggiunto l'amore per lo sport in generale, per la competizione e per le imprese eroiche.

I 50 minuti di ogni episodio scorrono come un fiume e sentire le parole di Jordan, Pippen, Phil Jackson e di tutti gli altri protagonista della vita di MJ è affascinante. Questi "personaggi" sono testimoni di vita, narratori di imprese capaci di portarti dentro lo schermo: quando Jordan piange sdraiato per terra e aggrappato al pallone arancione, tu piangi con lui, o almeno partecipi alla sua sofferenza. Già, la sofferenza: ogni vincente deve soffrire, è una sorta di legge non scritta dello sport e della vita e Micheal vuole che questo sia chiaro.

Dopo aver visto i 10 episodi, posso dire di aver apprezzato maggiormente il lato umano del numero 23 più famoso della storia rispetto a quello sportivo. Ovvio, ci si rende conto di aver davanti agli occhi uno di quegli uomini toccati da una sorta di divintà che hanno segnato un'epoca dello sport, ma si capisce anche che c'è altro oltre i tiri da 3, le schiacciate e gli allenamenti, ed è la persona, con gioie e dolori, lacrime e sudore. Emozioni.

Tracciare la via

Tra le reazioni del pubblico di "The last dance", una di quelle più diffuse è stata: "Sarebbe bello se lo facessero anche su...".

Di documentari su icone sportive ce ne sono e ce ne saranno sempre, tuttavia questo in particolare potrebbe dare il via ad un nuovo modo di vedere e raccontare lo sport. Già di recente, la tendenza, sia in tv che sui libri, è quella di essere più storyteller che semplici opinionisti. Far diventare gli stessi sportivi dei narratori potrebbe essere la nuova frontiera delle docuserie.

Gli appassionati di sport ormai sentono la necessità di una maggiore qualità, non interessa più la storia nuda e cruda, la priorità ora è la bellezza del prodotto. Non è semplicemente una questione di "moda", il motivo va ritrovato negli spettatori, che sono cambiati rispetto a quelli di 10 anni fa. A "The last dance", inoltre, va dato merito del fatto di essere universale, caratteristica che difficilmente gli altri sport potranno avere e replicare.

Guardatelo perché...

  • segnerà un'epoca;
  • è una storia di un uomo, prima che di uno sportivo;
  • Jordan è uno dei più grandi di sempre, la sua storia bisogna conoscerla;
  • si possono ricavare messaggi interessanti;
  • si capisce che cosa significhi giocare con un vincente;
  • ci si potrebbe appassionare ad un altro sport, se non lo si è già;
  • è un manifesto per chi ama lo sport.

Jordan NBA finals 1998
Fonte: l'autore Luca Girometta

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