NBA, una stagione sulle montagne russe: Philadelphia light

Philly è attesa ad un finale di stagione da protagonista. Dopo i recenti stravolgimenti il roster è di primissimo livello ma la chimica di squadra non convince

di Carlo Forciniti
Carlo Forciniti
(26 articoli pubblicati)
Boston Celtics v Philadelphia 76ers

Una stagione iniziata all’insegna di più di un punto interrogativo, sta proseguendo nella stessa direzione. Tra molti dubbi sulla reale competitività della squadra sembra dunque che dalle parti del Wells Fargo Center nulla sia cambiato. In casa Philadelphia 76ers, però, dal training camp di settembre a metà marzo, lo scenario è radicalmente mutato ma la domanda rimane sempre la stessa: Philadelphia è davvero una squadra da titolo?

Se si guarda al roster  la sensazione è che Philly abbia tutto quello che serve per competere. Almeno all’apparenza. La spinosa e ormai annosa querelle Marquelle Fultz si è risolta con il trasferimento della guardia agli Orlando Magic. All’inizio di novembre, nella città dell’amore fraterno è sbarcato Jimmy Butler dai Minnesota Timberwolves che si sono “consolati” con le firme di due solidi asset: Savic e Covington. A febbraio, infine, Philadelphia si è ulteriormente rinforzata con gli arrivi di Harris (che come Butler è libero di cambiare aria in estate), Scott e Marijanovic dai Clippers che hanno ricevuto in cambio, oltre a qualche futura scelta, Chandler, Muscala e Shamet. 

Al netto dei tanti (troppi?) stravolgimenti all’interno di una franchigia che sta vivendo tante stagioni in una, coach Brown si ritrova comunque a gestire un quintetto 5 stelle, o al massimo 4 e mezzo: Simmons, Redick, Butler, Harris, Embiid, ed una panchina poco profonda ma composta da più di un affidabile giocatore di rotazione. Niente male. Solo che in NBA e nello sport nello specifico, i singoli possono fare la differenza nel breve periodo ma per vincere ci vogliono ingredienti che nessuno scambio ti potrà mai garantire: chimica, coesione, senso di identità. Quel “viaggiare tutti nella stessa direzione” che nella NBA viene ripetuto come un mantra. 

Ecco allora che quei famosi interrogativi di cui sopra, tornano a galla.

Philadelphia, al momento, non sembra ancora una squadra pronta per fare davvero l’ultimo salto di qualità. La vittoria a domicilio nell’ultima partita contro Milwaukee fa ben sperare i (competenti) tifosi dei 76ers ma non può fare giurisprudenza. Contro le “grandi” della lega, infatti, Embiid e compagni sono apparsi un po’ troppo leggeri, come testimonia il record di 18 vinte e 18 perse contro gli avversari che hanno un record vincente o del 50%. Ci sono poi gli scricchiolii di spogliatoio con cui fare sovente i conti. Dai pubblici “mal di pancia” di Embiid a quelli di Butler, due maschi alpha che pretendono di avere sempre il pallone in mano ed i riflettori puntati su di sé. C’è poi anche la questione Simmons, talento puro ma con, tra gli altri, limiti palesi al tiro, un aspetto, quest’ultimo, che la concorrenza tenderà ad ingigantire in post season, così come la propensione dei 76ers a perdere troppi palloni per superficialità e per mancanza (Simmons a parte) di passatori di livello. Attenzione, però, perché nonostante tutto qualcosa sta cambiando. Improvvisamente, Philly da squadra leggera al cospetto delle big, sembra aver finalmente trovato quella leggerezza che potrebbe far vivere ai 3 volte campioni NBA un finale di stagione da protagonista. Phila ha una striscia aperta di 4 vittoria di fila, 7 nelle ultime dieci. Toronto, seconda forza ad Est dietro i già citati Bucks, dista 4 partite e mezzo ma Indiana, attualmente quarta, è dietro. Contare sul vantaggio del fattore campo quantomeno nel primo turno di playoff è fondamentale per una squadra che in casa ha un tipo di record (28-9) ed in trasferta un altro, un comunque positivo 17-16.

Il calendario da qui al termine della stagione regolare è agevole pur se nelle prossime 12 partite, Philadelphia giocherà solo 4 volte al Wells Fargo Center. Servirà la migliore edizione dei 76ers per vivere un finale di stagione da protagonisti. L’epoca del “trust the process” è ormai storia. Serve vincere, vincere subito. Altrimenti i tanti interrogativi che accompagnano la squadra di Brown si trasformeranno inevitabilmente in delle certezze dal retrogusto amaro.

Fonte: l'autore Carlo Forciniti

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