NBA Finals, lo sberleffo di Kevin Durant

Ha deciso gara 3 e forse la finale con una tripla impossibile o quasi. Il modo in cui ha festeggiato è l’emblema di un giocatore unico. A modo suo.

di Carlo Forciniti
Carlo Forciniti
(22 articoli pubblicati)
Golden State Warriors v Minnesota Timber

Gli occhi di tutti puntati addosso. Compagni, tifosi, avversari, soprattutto. La sensazione, l’ansia, il rischio, la speranza di scavare nella propria memoria, di rivivere da lì a pochi attimi un qualcosa di già visto. Di crudele, per i 20000 ed oltre della Quicken Loans Arena di Cleveland. Di meraviglioso o potenzialmente tale, sponda Golden State.

Mancano 52 secondi alla fine di gara 3 tra Cavs e Warriors, 103-100 per gli ospiti. In un possesso, in questo possesso, non si scrive solo la storia della partita ma più probabilmente di una intera stagione. Come l’anno prima di questi tempi, Kevin Durant ha la palla in mano. Fronteggia il canestro. Ha davanti a sé Rodney Hood, palleggia verso sinistra con la leggiadria che lo contraddistingue. Sale  Iguodala per un blocco, J.R. Smith interviene in aiuto, Durant ferma il palleggio, si alza, tira. Silenzio. Decimi di secondo che sembrano eterni. Splash. Tripla, quella del +6. Gioco, partita, incontro. Titolo? Sì, titolo, a meno di miracoli che non sono di questa terra.

Veni, vidi, vinsi. Ancora una volta, deve aver pensato Kevin Durant. Come 12 mesi fa nella stessa scena del delitto. Con la naturalezza tipica di chi è venuto al mondo baciato da un talento raro. “Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico, e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo”, si chiedeva Charles Bukowski.

Lui, così semplice fino a sfociare nella timidezza, in certi contesti, in determinati palcoscenici, è come se all’improvviso si sentisse più in dovere di altri di offrirlo, lo spettacolo. Solo che rispetto ad altre rinomate star, quando segna canestri che decidono partite e campionati non improvvisa esultanze smodate, corse a per di fiato o chissà cos’altro. No, dopo aver infilato la tripla che già adesso si può considerare un “instant classic” a suggellare una delle singole prestazioni più straordinarie nella storia delle finali NBA, si è voltato verso gli spettatori congedandosi con una semplice e fulminea smorfia, con il più genuino e fanciullesco degli sberleffi. Come a dire: “beh, sorpresi?”.

Un coupe de theatre istintivo, non voluto, forse, ma ugualmente scenografico per un giocatore che dal suo allenatore viene descritto come “un lusso”, mentre dalla sua nemesi principale, LeBron James, viene dipinto come “un assassino, uno dei giocatori più forti contro cui abbia mai giocato, uno dei migliori cestisti che la lega abbia mai visto”.

Aveva gli occhi di tutti puntati addosso, Durant. Si è preso il palcoscenico possesso dopo possesso, minuto dopo minuto. Canestro dopo canestro fino ad una cinquantina di secondi mal contati al crepuscolo di gara 3. Quella che ha suggellato con una tripla da par suo corredata dalla naturalezza di una smorfia, di uno sberleffo  Il suo personale inchino prima di far calare definitivamente il sipario sulla partita con gli sguardi di tutti che puntavano su di lui. E pazienza se rispetto al copione d’ordinanza, non gli è stata riservata la più classica delle standing ovations.

Fonte: l'autore Carlo Forciniti

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