NBA Finals, la versione di Stephen Curry

Il fuoriclasse degli Warriors punta soltanto a vincere l’anello. Ma dietro certe parole si nasconde forse l’ambizione ad essere l’uomo simbolo delle finali 2018

di Carlo Forciniti
Carlo Forciniti
(23 articoli pubblicati)
Golden State Warriors v Minnesota Timber

OAKLAND (CALIFORNIA) -  Qualche anno fa, il politico americano Bernard Baruch disse: “Votate per il politico che vi promette di meno, vi deluderà meno”.

Alla vigilia di gara 1 delle NBA Finals tra i suoi Golden State Warriors ed i Cleveland Cavaliers, è come se Stephen Curry avesse preso in prestito la frase di cui sopra. “Non mi interessa vincere il premio di MVP, se vinceremo il titolo e non porterò a casa il premio di miglior giocatore delle finali andrò comunque a casa con un largo e soddisfatto sorriso. Scenderò in campo giocando con la giusta convinzione e in modo aggressivo, con l’obbiettivo di aiutare la mia squadra a vincere. Se questo significherà riuscire fare mio il premio di MVP delle Finals o meno non è un qualcosa che mi importi.”

Nel pensiero politically correct del fuoriclasse degli Warriors, non ci sono promesse di alcun tipo. Non c’è l’aspirazione ad essere il maschio alpha del branco. C’è solamente la genuina volontà di guardare al “big picture”, direbbe lui, al quadro generale perché quello che conta è sollevare il Larry O’ Brien Trophy. Punto.

Tutto condivisibile, tutto legittimo. Tutto studiato, forse. Perché è difficile pensare che Curry non ambisca contestualmente ad essere nominato MVP delle finali. Nella “Golden age” dei californiani sublimata da due titoli negli ultimi 3 anni, il #30 ha fatto incetta di record e di riconoscimenti individuali tanto da diventare l’uomo simbolo, quello più riconoscibile, più amato ed iconico di una delle squadre potenzialmente più forti della storia della NBA. Solo che sia nel 2015 che nel 2017, Andre Iguodala prima e Kevin Durant poi gli hanno rubato in un certo senso la scena. Sono stati loro, infatti, ad alzare il Bill Russell Trophy nei due campionati vinti da Golden State. Un gregario che sa indossare alla bisogna i panni del fuoriclasse ed un fuoriclasse che non potrà mai vestire i panni del gregario. Nella democrazia degli Warriors non è un aspetto che sorprenda ma è un qualcosa che alla viglia di gara 1 delle Finals ha comunque tenuto banco e fatto discutere.

Poi, Curry, ha parlato sul campo. Ed ha fatto la voce grossa. Nell’atto inaugurale della serie contro Cleveland di un miracoloso LeBron James, ecco che quelle parole in conferenza stampa è come se in un certo senso avessero influito. Perché Steph è sembrato più sciolto, più leggero rispetto alle gare inaugurali delle precedenti finali. Ha mantenuto fede a quanto aveva dichiarato approcciando la partita in maniera aggressiva ed allo stesso tempo estremamente lucida. Ha segnato da fuori ed in entrata, ha coinvolto i compagni e chiuso la prima frazione con il consueto o quasi canestro da 9 metri e oltre. Nella ripresa, quando la battaglia assumeva via via dei contorni epici, è stato decisivo per il successo dei suoi quando più contava. Nel finale dei regolamentari con un canestro più fallo fondamentale, e nell’overtime con una lettura delle situazioni degna del miglior Stockton. A dado ormai tratto, non si è tirato indietro neanche nel più classico degli scambi di opinione con LeBron James che lo aveva appena stoppato.

Ha cantato e portato la croce, Curry. Si è soprattutto candidato al premio di MVP qualora il Larry O’Brien Trophy dovesse restare in California. E pazienza se è un riconoscimento che non gli interessa più di tanto. Se non aveva fatto promesse di alcun tipo. Con i fatti ha dimostrato di poterlo finalmente vincere. Eccome. Come il suo avversario in maglia #23. Ma questa è un’altra storia…

Fonte: l'autore Carlo Forciniti

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1 COMMENTI

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  1. Marco Ghilotti - 6 mesi

    Sembra in effetti che ci sia stato un cambio di atteggiamento in Curry, perché rispetto agli scorsi anni lo vedo molto più aggressivo e decisivo

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