Il sacrilegio a stelle e strisce dell’NBA

Knicks-Bulls delude le aspettative di un profano europeo

di Vincenzo Poti
Vincenzo Poti
(6 articoli pubblicati)
Madison Sq Garden

Sarò un primitivo, un mistico antico, un guerrafondaio o semplicemente un ignorante, ma la cosa che più mi attrae del calcio è la fedele riproduzione della guerra che esso rappresenta: se nella nostra civiltà rimane poco di tribale, nelle nostre coscienze, o meglio nei nostri subconsci, tale componente è saldamente presente. Dimostrazione lampante e straordinariamente semplice di ciò è, appunto, l’amore globale per un gioco tanto divertente proprio perché crudele, imprevedibile e aggregante.  

Fino a poco tempo fa credevo che il basket fosse assimilabile al fùtbol: nient’altro che il Call of Duty da stadio del Nord America. Mi sbagliavo, mi sbagliavo di grosso. Una partita che immaginavo caldissima, quello che dal basso del mio essere profano, ritenevo un superclasico della palla a spicchi, quale Knicks-Bulls si è rivelato niente più che uno spettacolo: niente adrenalina, niente sangue, niente guerra. Parlo ovviamente per metafore e non mi riferisco certo al terreno di gioco del Madison Square Garden, ”infiammato”, secondo chi è più esperto di me, da giocate fenomenali. Meno fenomenali le tifoserie, incapaci quasi di seguire il match, distratte da tecnologia e spettacolini, più attratte dal cantante dei Train che dalle gesta di quelli che credevo essere dei muniti di armature ammaccate e non languide divinità pseudo-erotiche, venerate e mai davvero comprese.

La quantità di stimoli extra-sportivi è enorme: si spazia dalla pubblicità accecante in stile Times Square al patriottismo spinto in cui vengono giustamente esaltati coraggiosi veterani di guerra le cui gesta, però, sembrano non ispirare affatto gli spettatori, più impegnati in danze questa volta molto tribali tese a farsi notare dagli animatori, incaricati di selezionare qualche fortunato dalle file a bordo campo per trasformarlo in una star, acclamata e destinata a vedere il proprio conto in banca rimpinguato dai premi concessi dalla lega statunitense per esibizioni di livello tecnico paragonabili ad un rigore a porta vuota. Questione di cultura (?)…

È uno spettacolo di livello assoluto, ma gli applausi piovono più per il lancio delle magliette con cannoni di dubbio gusto e per vari concorsi estremamente social che per la stoppata di un bestione dalle capacità fisiche e tecniche sovrumane, nel salto quasi equine, che non riesco ad identificare con maggior precisione. Accadono, inoltre, dei fenomeni al limite dell’inspiegabile, in particolare per un tifoso di calcio italiano completamente all’oscuro di riti e storia della pallacanestro a stelle e strisce. Due in particolare mi hanno lasciato basito e nemmeno il ditone arancione acquistato all’entrata mi ha saputo indicare la retta via per giustificarli con razionale sicurezza. Uno è l’arrivo in netto ritardo di molti “tifosi”, abitudine diffusa e, a mio parere, malsana che, nonostante oscura nelle cause effettive, mi fa capire una volta di più quanto per molti una partita sia puro intrattenimento, svuotato di ogni forma di pathos. Sacrilegio.

Un altro è la clamorosa corrispondenza tra tiri da tre punti e musichette in climax in sottofondo. Coincidenze oppure la causa di questa epifania va ricercata nella carica che questi simpatici ritmi danno ai 10 in campo svolgendo il ruolo che spetterebbe ai presenti in tribuna? Basterebbe un coro in più e una risata in meno per aumentare la media punti delle squadre? Chiedetelo a chi è più esperto di me. Intanto io, per smaltire la delusione a distanza di giorni, vado a sentire un paio di cori xeneizes. Questione di cultura...

La fonte dell'articolo è l'autore Vincenzo Poti

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