Il jazz educato di Klay Thompson

Come e perchè lo Splash Brother silenzioso è uno dei pilastri dei Golden State Warriors

di Gabriele Sollazzo
Gabriele Sollazzo
(1 articoli pubblicati)
Golden State Warriors v Minnesota Timber

Giocare per i Golden State Warriors degli ultimi quattro anni deve essere una delle opportunità più divertenti e gratificanti che la vita possa mettere di fronte, il sogno di ogni bambino nato con la palla arancione a spicchi attaccata al cordone ombelicale. Esserne una piccola parte integrante, arrivando dalla G-League o dal college, permette di partecipare, anche se parzialmente, allo show precedentemente godibile solo dall'esterno, pagando un biglietto o un abbonamento per la tv via cavo. Avere il lusso di poter rappresentare la squadra di pallacanestro più dominante del ventunesimo secolo in qualità di stella assoluta, vivendo dall'interno la grandezza prodotta dalla loro luce, non ha prezzo.

Quando si parla di superstar è oltre ogni modo prevedibile accostare il termine ai due giocatori più rappresentativi della franchigia, Stephen Curry e KD. Sono indubbiamente il primo e il secondo violino di un'orchestra perfettamente armonizzata, ma il vero punto di equilibrio, il centro di gravità permanente della baia è un ragazzo di cui si parla poco o mai abbastanza, quasi sempre messo in ombra dai precedenti due. Se Golden State è la macchina quasi perfetta che vediamo all'opera da diverse stagioni, gran parte del merito va attribuito a Klay Thompson, lo Splash Brother silenzioso.

In qualsiasi conversazione che riguardi l'NBA, tenuta da esperti o semplici appassionati, il primo e spesso unico aspetto del gioco del numero 11 analizzato ed esaltato è il tiro, a ragion veduta. È  il paladino dell'eleganza fatta meccanica di rilascio, impeccabile e squisitamente dolce. L'assolutezza del gesto, che parte dal posizionamento corretto del corpo, è patrimonio dell'umanità. Quando Klay Thompson tira, si viene omaggiati di un biglietto gratuito per il Louvre, perché più che ammirare un uomo sembra di contemplare una statua greca. Eppure non c'è solo questo nel gioco di Klay. Pur essendo una guardia tiratrice, il fisico imponente donatogli da Dio gli consente di essere un difensore eccellente,  uno dei migliori della lega, oltre che un rimbalzista di rilievo. 201 cm spostati con una leggerezza e una scioltezza imbarazzanti. L'intelligenza è l'altro punto cardine del figlio di Mychal Thompson, un'intelligenza sinonimo di capacità di saper anticipare le scelte delle difese avversarie, tagliando a canestro e appoggiando comodamente al tabellone, e che spiega impeccabilmente il vero motivo del suo successo. La capacità di produrre punti in poco tempo e con pochi tocchi, talvolta senza palleggiare, è privilegio dei grandissimi del gioco inventato dal signor Naismith nel lontano 1891. Quando riesce ad assurgere ad arte questa peculiarità, le notti americane assumono un'atmosfera particolare, cullate da una sinfonia prolungata di una melodia jazz che non può stancare. Segna, segna e segna ancora, senza soluzione di continuità. Il 30 ottobre è solo l'ultima delle tante date in cui la tempesta perfetta si è scatenata, scrivendo pagine su pagine di storia. 52 punti con 14 triple mandate a bersaglio, in soli 27 minuti passati in campo, con 56 palleggi e 52 tocchi, per un totale di 96 secondi di possesso palla. Non è nuovo a questo genere di basket fantascienza. Tornando indietro nel tempo troviamo altre due prestazioni clamorose. Nel dicembre 2016, quando segnò 60 punti in 29 minuti, e nel gennaio 2015, giorno dei 37 in un solo quarto.

Tra vent'anni, quando si parlerà della dinastia Warriors come di una delle più grandi di sempre, occorrerà raccontare di come e perchè Klay Thompson, lo Splash Brother silenzioso, sia stato l'anello di congiunzione tra il talento smisurato di Curry e Durant e l'ego incontrollabile di Draymond Green, il fulcro e l'essenza della città di Oakland. Keep Playing, Klay!

Golden State Warriors v Minnesota Timber
Fonte: l'autore Gabriele Sollazzo

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