Ginobili: la mano izquierda de Dios

Una bandiera, un poeta, un amico. Manu si ritira, come promesso da tempo, sulla soglia dei 40 anni

di Mattia Musio
Mattia Musio
(4 articoli pubblicati)
Basketball - Olympics Day 6

Dicono che gli occhi possano rivelare tutto di un uomo. Questi, da sempre, sono lo “specchio dell’anima”. Attraverso di essi, con buona fortuna di pubblico, la serie “Lie to me” spiegava come distogliere lo sguardo fosse sinonimo di menzogna.

Nel basket non è poi tanto raro vedere professionisti alzare la mano in fase difensiva, ponendola di fronte agli occhi di chi tiene in mano la sfera; questa toglierebbe specchio visivo a chi amministra il possesso, oscurandone talvolta il canestro, talvolta i compagni. Nella maggior parte dei casi basta seguire proprio gli occhi per capire dove andrà il pallone, è genetica in fondo: elaborando mentalmente i compagni che vedi, puoi capire la loro distanza sul parquet e l’intensità con cui dare la sfera a spicchi.
L’elaborazione poi lascia il cervello e sfocia sul braccio, che può eseguire meglio o peggio il risultato di quei millisecondi.

Non rientra nella “maggior parte dei casi” quello di Manu. Gli occhi di Manu sono fermi, quasi statici. Sono talmente fermi che possono sembrare quasi finti; dipinti sulle palpebre come quando non vuoi far capire che stai dormendo. Il risultato finale di chi si deve preoccupare di Manu è proprio quello di guardarsi intorno: non è l’argentino a dover guardare a chi la può passare, ma chi difende a dover cercare dove andrà a finire il pallone del numero 20. La tattica migliore dunque potrebbe sembrare (e in fondo lo è) quella di avvicinarsi il più possibile, in modo da togliere visuale risolutiva e libertà di movimento, dando per scontato che il pallone transiterà nei 180° di fronte al piede perno. Manu però non fa distinzioni fra i 180° di fronte e quelli in “reverse”. La firma è sempre stata quella del no-look con braccio dietro la schiena. Come una pennellata, o una rima di quello che è uno degli ultimi grandi poeti della palla a spicchi.

La creatività al servizio del popolo, riassunto nei quattro compagni del rettangolo, obbligati a girare sotto canestro fino a venire colpiti dal laser: il braccio mancino di Ginóbili, la mano sinistra di Dio. Capace con i polpastrelli semplicemente di far sparire la sfera in tunnel invisibili, talvolta a mezz’aria, talvolta in mezzo alle gambe del quintetto avversario: per Manu l’equivalente di una autostrada a quattro corsie. Grazie al dono della visione Manu è sempre riuscito ad essere mezzo secondo davanti ai suoi avversari, secondi poi che ha dovuto cedere dal punto di vista più cattivo dello sport: quello della velocità e reattività dei muscoli. San Antonio perde anche l’ultimo lato del triangolo magico composto da Tony Parker e Tim Duncan, dinastia che ha portato anelli e gloria in Texas, triade di un quoziente intellettivo cestistico imbarazzante, intelligenza tecnico-tattica che ormai l’NBA contemporanea si è abituata ad assaporare sempre più raramente.

Questo, insieme alla competitività quasi assillante, alla capacità di non percepire la pressione dei secondi finali; insieme alla lealtà sul rettangolo e all’amore per il suo lavoro e la sua famiglia fa di lui uno dei cestisti più rispettati del millenno. Una bandiera, un poeta, un amico. Manu si ritira, come promesso da tempo, sulla soglia dei 40 anni. Quattro come gli anelli NBA messi sulle dita, insieme all’oro olimpico 2004 vinto in terra greca a coronare una carriera unica, inimitabile, partita proprio qui in Italia.

Gracias Manu, no te vamos a olvidar.

La fonte dell'articolo è l'autore Mattia Musio

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