Cosa sarebbe Cleveland senza questo Lebron?

King James é l'unico e vero motore di una squadra altalenante, che grazie al suo leader si giocherà le Finals

di Marco Ghilotti
Marco Ghilotti
(99 articoli pubblicati)
LBJ

Akron é da sempre conosciuta, almeno in territorio americano come "la capitale mondiale della gomma" in quanto ospita la sede della "Goodyear Tyre and Rubber Company", uno dei giganti mondiali del settore. Dal 1984 però, una stella parecchio luminescente ha abbagliato la città e nonostante siano passati ben 33 anni, non é per nulla intenzionata a smettere di farlo. Un'illuminazione che porta il nome di Lebron Raymon James, legatissimo al luogo che gli ha dato i natali, tanto da ricordarlo ogni volta che può, come a voler sottolineare che il suo cammino verso l'Olimpo del basket é stato pieno di insidie e di tentazioni diaboliche, a cui fortunatamente il giovane LBJ ha saputo dire no, spinto da un amore infinito per il gioco della pallacanestro. Che il posto tra i più grandi di tutti tempi se lo meriti questo non é in dubbio, ma ciò che può venire meno dopo questa sua stagione é la certezza che il GOAT (Greatest Of All Time) di questo sport sia tutt'ora Jordan. Perché a 33 anni suonati, Lebron ha riscritto le leggi del tempo, giocando una stagione spaziale portando una squadra più o meno mediocre dritta alle Finals NBA

Una regular season non-stop

La regular season dell'uomo che viene da Akron é stata semplicemente indescrivibile, o se vogliamo meglio dire inimmaginabile, perché anche i più ottimisti non si sarebbero probabilmente mai aspettati che LBJ avrebbe disputato tutte le 82 partite stipate in un calendario a dir poco massacrante. Tutto questo può risultare ragionevole a 20, 25, massimo 30 anni, ma vedere un "vecchio" che si porta sulle spalle 33 primavere giocare ogni singolo match disponibile é qualcosa che agli occhi di un normale tifoso può sembrare parecchio strano. Se si entra nell'ottica "lebroniana" la panoramica cambia del tutto, e quest'impresa titanica sembra un po' meno ardua. Per accumulare così tanti minuti in una stagione senza sembrare minimamente affaticato, James ha adottato una serie di trucchetti che gli hanno consentito di reggere ritmi pazzeschi. Ritmi bassi, riposo in difesa, e sequenze di timeout ad hoc sono una serie di accorgimenti a cui il nº23 e Tyronn Lue hanno pensato prima che l'anno iniziasse, anche perché dopo l'addio di Irving serviva un Lebron in forma smagliante. Le statistiche parlano da sole: su 82 match disputati, LBJ ha chiuso con l'85.7% dal campo, con il 36.7% da tre punti ed infine con il 73.1% dalla lunetta. Cifre incredibili per un giocatore qualsiasi, ordinaria amministrazione per il più forte al mondo. 

Un carro armato con il numero 23

Ai playoff, Lebron Raymon James aumenta esponenzialmente i giri del motore, caricandosi ancor di più il peso di tutta la squadra sulle spalle. Quest'anno poi quello che ha fatto é stato semplicemente eccezionale, dato che a un quintetto titolare di tutto rispetto, composto dal "King", J.R. Smith, Green, Love, Thompson, non corrisponde una panchina di altrettanto livello, visto che i vari Calderon, Hill, Clarkson e Hood non avevano mai raggiunto un traguardo tale nel corso della loro carriera. A portarli fin qui é stato il nº23 di Cleveland, che é senza il minimo dubbio il nucleo di questo team. Se si vince é merito di Lebron, se si perde é LBJ che non ha giocato come al solito, che ha forzato troppo, che ha perso troppi palloni. Insomma la sentenza di Luigi XIV "l'État c'est moi", calza a pennello sul miglior prodotto cestistico dell'Ohio. Anche perché senza James, difficilmente questi Cavs avrebbero raggiunto l'atto finale. Il discorso ovviamente é completamente diverso se hai in squadra un superuomo da 34 punti, 9.2 rimbalzi e 8.8 assist di media a partita, una divinità che su 96 minuti disponibili nelle gare 6 e 7 ne ha giocati 94

Ora si presenta davanti a Sua Maestà Lebron la sfida più ardua, vale a dire battere quella macchina perfetta chiamata Golden State. Se ci riuscirà, ecco che anche Jordan dovrebbe iniziare a temere di poter perdere lo scettro divino, anche perché vincere con un team del genere andrebbe oltre l'immaginabile. 

Fonte: l'autore Marco Ghilotti

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