Z-Boys, un gruppo di ragazzi bramosi di riscatto e abbaglianti destini

Un graffito fatto di sole, onde, skate e di creatività imprudente che solo da giovani è dato possedere

di Roberto Leonardi
Roberto Leonardi
(25 articoli pubblicati)
Dogtwon

Dalla sua nascita ad oggi (Datata tra gli anni 40 e i 50, naturalmente in California), le vicende dello skateboard hanno percorso altalenanti momenti di popolarità. Uno dei più splendenti fu senza dubbio, quello che vide protagonisti i membri del team Z-Boys nella seconda parte degli anni 70.

La loro epopea é raccontata nel bel documentario Dogtown and Z-Boys del 2001.  Stacy Peralta, uno dei protagonisti, e ora regista, montando racconti dei compagni di avventura, immagini d'epoca, e una colonna sonora grintosamente "skater", ci porta a rivivere quell'era, dove un gruppo di ragazzi bramosi di libertà, di riscatto e di abbaglianti destini rivoluzionò il modo di fare skate.

Tutto nacque a Dogtown, tra le rovine di un altro sogno. Molo di Santa Monica, fine anni 50, si sporse sull'oceano una visione di bellezza e svago: il Pacific Ocean Park, un immenso parco divertimenti. Per una decina d'anni fu un grande successo, poi il rinnovamento urbano penalizzò la zona e la festa finì. Il pontile fu abbandonato, fino a crollare in acqua, ed è tra queste macerie semi-sommerse, tra detriti e spuntoni di legno, che impararono a surfare molti di quei ragazzi che formeranno il team Z-Boys.

Imparano principalmente di mattina, perché poi dalle 10 le onde non sono buone. Restava da riempire il resto della giornata, e lo fecero passando all'asfalto, prima su artigianali skate, tavole approssimative con ruote in gomma. Dopo arrivò il poliuretano, e cambiò tutto. Il nuovo materiale per ruote permise inattese velocità e versatilità, adatte a riprodurre su strada un effetto simile alle onde, con cambi di direzione improvvisi e spigolosi.

Ai tempi il negozio "Jeff Ho & Zephyr Shop" era il punto di ritrovo di surfer e skater, luogo frequentato dai ragazzi di Dogtwon per stare insieme e scappare dai problemi della quotidianità, spesso dovuti a situazioni familiari difficili. Da questa nuova famiglia multietnica nacque e si sviluppò una contaminazione tra le due discipline. 

A tirare il gruppo con le acrobazie più spettacolari furono Stacy Peralta, Tony Alva e Jay Adams, sotto la supervisione dei titolari del negozio, che divennero mentori e allenatori dei ragazzi. Alla prima apparizione in un torneo, il "Del Mar Nationals", fu chiaro che erano marziani rispetto agli educati skater del passato, fatti di curve dolci, qualche slalom in piedi sulla tavola ecc... Loro invece stavano surfando l'asfalto, piegati sulle tavole e mani a terra come ad accarezzare le onde, curve nervose e slalom a velocità esagerate. Non stavano accelerando l'evoluzione di una disciplina, la stavano rifondando.

Quando non si allenavano, sfruttavano le estati di siccità californiane invadendo le piscine vuote delle zone ricche, vuote per il divieto di usare acqua, e lì dentro sperimentavano figure, salti e acrobazie nuove. Su quel tipo di piscine senza spigoli, tutte curve fino al bordo, a Tony Alva venne l'istinto di spingersi oltre di esso, come fosse un'onda, e rientrare in piedi sullo skate. Quelle ruote, sospese a frullare nel vuoto per pochi attimi, staccheranno da terra tutti gli skater a seguire. Gli Z-Boys del team sono oramai una dozzina, e stanno diventando simili a rockstar, copertine su riviste, richieste di sponsorizzazioni, piccole parti nei film, una grande influenza sugli stili da seguire negli skate, e perfino le decorazioni degli stessi, realizzate dal negozio con grafiche ispirate ai graffiti delle mura di Dogtwon.

Come spesso accade, fama e denaro iniziarono a incrinare i rapporti tra i ragazzi, e quello di loro con il negozio. Tony e Stacy lasciarono il team per una carriera più ambiziosa, Jay fu l'unico, tra i top, a restare skater puro, non approvando quello che era finito dentro questa avventura. Così pian piano si dispersero, ma la parabola degli Z-Boys e di quelle estati californiane, ha lasciato un segno, anzi un bel graffito, in questa disciplina. Un graffito fatto di sole, onde, skate, e di  creatività imprudente, che solo da giovani, e non a tutti, é dato possedere. 

Fonte: l'autore Roberto Leonardi

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