“Sei solo un bambino! Tu non sai cosa era il ciclicmo un tempo”

Marco Pantani regalò ad una generazione l'emozione di sentirsi adulti per la prima volta

di Francesco Ria
Francesco Ria
(3 articoli pubblicati)
Salento in bicicletta tra vecchi uliveti

Vent’anni dall’estate del 1998. Tra Giro d’Italia e Tour de France, come oggi. Quando, ancora adolescente, teenager come si dive oggi, per la prima volta non mi sentì in inferiorità nel parlare con gli adulti di sport, di ciclismo. Per me, ragazzo dell’82, il primo ricordo di ciclismo era la vittoria di Laurent Fignon al Giro del 1989. Poi ricordavo la cavalcata Rosa di Gianni Bugno e ricordavo Chiappucci, il grande lottatore emblema del ciclismo italiano di quegli anni: grandissimi talenti ai quali mancava sempre quel poco per trionfare al Tour. Ricordo Franco Chioccioli che vinse contro tutti i pronostici. Poi solo Indurain.

Nel 1994, avevo 12 anni e una vecchia bicicletta di mio papà. L’estate salentina la trascorsi a sfrecciare in stradine di campagna tra vecchi uliveti con un amico. Fu un attimo. Decidemmo di sfidarci su un rettilineo. Io avevo una maglietta verde e proclamai ad alta voce di essere Michele Coppolillo. Il cosentino era l’unico in quel Giro a vestire una maglia, a parte Evgenij Berzin che indossava ogni giorno Rosa, Bianca, Azzurra (del fu Intergiro) e Ciclamino. Coppolillo riceveva una simpatia unanime e portava la sua Maglia Verde di leader della classifica del GMP con orgoglio. Il mio amico Ettore accettò la sfida: “Io sono Marco Pantani!” Vinse lui.

Due vittorie, un lampo (https://www.gazzetta.it/Ciclis...). Indurain e Berzin sembravano due marziani in quegli anni. Noi saltavamo sul divano per Marco. La Gazzetta invitò Pantani in redazione e lo mise di fronte ad un telefono: i tifosi potevano chiamare e parlare con lui. Si, al telefono. No facebook, niente streaming. Telefono. Era una domenica pomeriggio e con i miei genitori ci godevamo un gelato a Castro. Con mio fratello Paolo, di quattro anni più piccolo, avevamo scritto una canzone per Marco, volevamo fargliela ascoltare. Intravedemmo una cabina telefonica, di quelle gialle e bianche. Ci provammo per un’ora senza riuscire a prendere la linea.

I grandi ci deridevano. Noi ragazzini eravamo felici delle vittorie di Bugno al Mondiale, delle vittorie di Chioccioli, delle imprese di Chiappucci, ma gli adulti si ricordavano di Merckx, di Gimondi, Saronni, Hinault. “Quelli sì che erano campioni. Oggi non c’è più il ciclismo di una volta.”. In piazza alcuni ricordavano i tempi di Coppi e Bartali: “Oggi non ci sono più le imprese di un tempo.”.
Marco rifece quelle imprese. Marco Pantani emerse al presente da un passato che avevamo visto solo nei documentari in bianco e nero. Adesso, invece, potevo parlare anch’io di ciclismo con gli adulti. Avevo visto un campione. Marco mi ha regalato tante emozioni. Marco mi ha fatto sentire adulto per la prima volta. Marco non ce l’ha fatta ad essere adulto. Mi manca.

Fonte: l'autore Francesco Ria

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