Ritorno allo stadio: un (altro) tranquillo weekend di paura

Il breve resoconto di un episodio "normale" che ci dice quanto la violenza negli stadi sia un problema lontanissimo dall'essere risolto.

di Tomaso Vimercati
Tomaso Vimercati
(7 articoli pubblicati)

Dopo tanto tempo sono tornato allo stadio. No, non scriverò quale. Sono seduto in tribuna, circondato da persone di ogni genere e età, con una prevedibile maggioranza di maschi adulti. La gran parte di loro tifa ovviamente per la squadra di casa, alcuni con tanto di sciarpa e cappellino coi colori sociali. Ben prima del fischio d'inizio, molto lontana da noi privilegiati, la curva inizia a intonare i suoi cori, almeno metà dei quali dedicati a squadra e tifoseria avversarie: sfottò, insulti, minacce di violenza e addirittura di morte. Un giovane nella fila di fronte alla mia batte le mani a ritmo, saltella e canta con loro, anche se solo per pochi secondi ogni volta, forse per non sentirsi ridicolo, visto che nessun altro lì intorno si unisce a lui, nemmeno quando le parole degli ultras sono di incitamento alla propria squadra.

Finalmente inizia la partita e con essa gli improperi contro il direttore di gara: non c'è decisione contraria alla squadra di casa che non venga accompagnata da un commento sonoro del pubblico, più o meno forte a seconda dell'occasione. Se invece viene fischiato un fallo a loro favore, la folla chiede sempre il cartellino e quando il giallo effettivamente arriva, per molti sarebbe stato più giusto il rosso. A un certo punto l'attaccante degli ospiti viene falciato nettamente e rimane a terra dolorante. Forse esagera la sceneggiata, ma è difficile dirlo da questa distanza. L'arbitro ammonisce il colpevole del fallo e lo stadio scoppia in veementi proteste: molte persone intorno a me, incluso il ragazzo della fila di fronte, non gli risparmiano insulti diretti, accompagnati da abbondanti ed eloquenti gesti.

A questo punto, qualche fila più in giù, un uomo si alza, si volta e si rivolge al ragazzo davanti a me. Indossa un berretto della squadra ospite. Non riesco a capire quello che dice, ma i suoi modi non sono per nulla concilianti. Il ragazzo inizia quindi a coprirlo di insulti violentissimi, intimandogli di tacere e sedersi, il che non accade. Subito diverse persone si uniscono all'aggressione verbale. Tra loro un signore piuttosto distante, con in braccio un bambino di massimo cinque anni, allunga la mano in direzione del tifoso avversario e urla a gran voce: "Stai zitto, che qui le prendi!" Dal tono sembra un avvertimento, più che un consiglio. E non è l'unico.

Finalmente arrivano gli inservienti dello stadio, che chiedono a tutti di smettere. I locali suggeriscono di portare via il tifoso avversario e gli addetti alla sicurezza confermano che saranno costretti a farlo, se non si calma e non si siede. Dopo qualche minuto, complice l'inverno, gli animi si raffreddano e riprendiamo tutti a seguire la partita, di cui nel frattempo ci siamo persi qualche azione. Tutto normale ovviamente: non leggerete certo questa notizia sui giornali, né la sentirete in TV, ci mancherebbe. Ma la prossima volta che succederà qualcosa di grave e con scandalo di tutti interromperanno il campionato per un turno o due, prima di parlare di ultras e malavita, di leggi e polizia, di tornelli e tessere del tifoso, pensate a quel padre e all'esempio che ha dato a suo figlio durante un weekend come tanti, in una tribuna per ricchi, mentre in campo la partita andava avanti tranquilla.

La fonte dell'articolo è l'autore Tomaso Vimercati

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