Quel martedì, dopo le Survivor Series, che sospesi la mia incredulità

Lo scorso 19 novembre si è svolto il 31° Survivor Series, l'evento annuale della WWE . La storica edizione del '91 portò alla resa dei conti fra Hogan e Taker.

di Gianluca Caporlingua
Gianluca Caporlingua
(21 articoli pubblicati)
Survivor Series 1991 Hulk Hogan vs Ric F

Caliamoci nel contesto: 26 anni fa. Le Survivor Series della settimana precedente erano state un disastro. Un'immeritata sconfitta contro un nuovo lottatore oscuro e implacabile, giunto alla (allora) WWF direttamente dall'aldilà. E poi, come se le cose non fossero già abbastanza complicate per il mio eroe, quel maledetto Ric Flair - il biondo borioso venuto da un'altra federazione con indosso una vestaglia fin troppo "femminile" per gli occhi di un bambino di poco più di 10 anni - aveva introdotto una sedia sul ring. Tombstone: la testa che picchiava proprio sull'oggetto contundente. 1-2-3 e Dan Peterson che urlava tutta la propria incredulità! 

Bisogna riconoscere che The Undertaker era inquietante.

Prima d'ora non si era mai visto nulla di così spaventoso nel mondo del wrestling. E devo ammettere che anch'io nutrivo forti dubbi. Ma nonostante tutto, per quanto impossibile potesse sembrare, quel "martedì in Texas" Hulk Hogan era determinato a riconquistare la "sua" cintura, il titolo che "gli apparteneva", anche a costo della propria vita. Da tifoso di calcio, provavo la stessa emozione di una finale di Coppa del Mondo.

Una serie di colpi, tutta la sofferenza che quei baffi riuscivano a sopportare si rifletteva sul suo volto deforme. Dal canto suo, il diabolico Undertaker vacillava ma non cadeva a terra. Incredibile. Stava realmente succedendo? Quell'"essere" era davvero così indistruttibile? Erano momenti concitati. 

Poi, approfittando di una distrazione dell'arbitro, in un atto disperato, Hulk afferrava l'urna funeraria con le ceneri, che il manager del "becchino" portava sempre con sé durante gli incontri, e le tirava negli occhi del nemico. Roll-up. 1-2-3. Vittoria! Dan Peterson urlava! Il pubblico nell'arena era in visibilio. E con loro un bambino da casa. Il nostro eroe aveva sconfitto di nuovo il cattivo. Forse in maniera non del tutto "pulita", certo. Ma - che diamine! - salvare il mondo, a volte, richiede azioni radicali!

Ora, per favore, alzi la mano chi da bambino, negli anni '80 e '90, non guardava con meraviglia in TV quello spettacolo di moderni gladiatori che negli Stati Uniti si chiama "wrestling". Bene, sono certo che tutti voi abbiate provato emozioni simili alle mie durante gli incontri del vostro lottatore preferito: The Ultimate Warrior, i Legion of DoomSgt. Slaughter Jake "The Snake" Roberts, solo per citarne alcuni. Certo, mi direte che da piccoli non capivamo che tutto fosse "falso".

Ma è una conclusione troppo comoda, miei cari! Un wrestler è un artista che esegue un "numero" che combina lo sforzo fisico e la capacità di recitare. Voi direste ad un attore che ciò che fa è "falso" ?

Inoltre, pur sapendo che l'esito degli incontri è "predeterminato", lo spettacolo continua ad emozionare migliaia di persone in tutto il mondo. Perché? La risposta sta in una definizione: suspension of disbelief, cioè sospensione dell'incredulità.

È semplice. Immaginate la vostra serie preferita, per esempio. Non importa che sappiamo a priori che si tratti di "finzione". Infatti, quando la guardiamo, siamo disposti a "fidarci" totalmente di ciò che ci viene raccontato in ogni puntata e non abbiamo bisogno di stabilire se, in base ai parametri della nostra "realtà", ciò sia più o meno plausibile. I protagonisti della serie diventano "veri" quanto noi stessi e, in quel momento, finiamo per identificarci con loro. Viviamo le loro vicissitudini, gioiamo e soffriamo con loro, li amiamo e li odiamo.

In altri termini, mentre assistiamo allo spettacolo, ci piace farci condurre su un altro piano, dove la differenza tra realtà e finzione non esiste. E questo ci "intrattiene", ci diverte. Ora applicate la stessa formula al wrestling, aggiungendo l'elemento della competizione sportiva e lasciate che i lottatori vi raccontino una storia o che - secondo un'altra celebre definizione - declamino la loro "poesia in movimento", anche solo per un breve lasso di tempo, prima di tornare alla vostra quotidianità.

La fonte dell'articolo è l'autore Gianluca Caporlingua

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