Provare ad essere Serena e non riuscirci

Il clamoroso psicodramma newyorkese della Regina del tennis

di Paolo Gavarone
Paolo Gavarone
(23 articoli pubblicati)
Serena

Si può essere la tennista più forte della propria generazione e perdere completamente il controllo durante la trentesima finale in uno Slam? L'epilogo degli US Open ci ha dato la risposta più inattesa. Serena Williams rimedia un richiamo per illegal coaching, un punto di penalità per aver distrutto una racchetta, un game di penalità per ripetuti insulti all'arbitro e perde cosí la finale. Naomi Osaka, di diciassette anni più  giovane, trionfa in lacrime. Un po' per la vittoria, un po' per l'inatteso sviluppo degli eventi. 

Premettendo che il primo set aveva già dimostrato che la giapponese aveva preso il controllo del match e che, a termini di regolamento, tutte le decisioni del giudice di sedia sono corrette, devo ammettere che per la prima volta ho provato simpatia per la dominatrice del tennis. Quello che è successo, dimostra ancora una volta che lo sport non è solo punteggi e gesti tecnici ma soprattutto uno spaccato di umanità. Una piece senza copione dove tutto può succedere  e dove possiamo ritrovare anche noi stessi, magari negli aspetti che non riusciamo o non vogliamo capire.

Nella Serena bad girl di sabato c'è un mondo. C'è la voglia di vincere anche dopo aver vinto tantissimo. Che poi vuol dire lottare contro il tempo che passa. C'è l'umana necessità, accompagnata da una briciola di perenne insoddisfazione, di porsi sempre un obiettivo, per quanto se ne siano già raggiunti un'infinità  (quel maledetto titolo Slam che manca per raggiungere Margaret Court...). C'è una madre che vuol dimostrare a tutti di essere tornata quella di prima. Ci siamo tutti noi che pensiamo di essere vittime di ingiustizie che poi magari ingiustizie non sono. Ci siamo noi che ci incazziamo e spacchiamo le nostre racchette immaginarie, ce la prendiamo con i nostri personali giudici di sedia ma solo perché è più semplice fare così che ammettere che non stiamo giocando bene le nostra partita.

C'è poi anche una Serena che, a fatica, accetta il risultato, si complimenta con l'avversaria, torna a concentrarsi su se stessa e sul futuro. C'mon! C'è sempre qualche sfida dove dimostrare che abbiamo imparato anche dai momenti più bui...

Fonte: l'autore Paolo Gavarone

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