La partita della vita: la rinascita dopo il Covid di Vito Romaniello

Video di sei minuti sulle tappe drammatiche vissute dal giornalista varesino, di origini pugliesi, scandite dagli interventi dei medici che l'hanno assistito.

di Enrico Crippa
Enrico Crippa
(41 articoli pubblicati)

Il giornalista sportivo Vito Romaniello, colpito dal Covid nei primi giorni della pandemia, ha pubblicato un video dove racconta la lotta contro la malattia. A narrare la sua vicenda, dal giorno del ricovero in terapia intensiva fino alla riabilitazione, sono tre voci: quella dell’amico Massimo Raso, anestesista rianimatore, del professore di anestesiologia Paolo Severgnini e del pneumologo Sandro Noto. Medici che l’hanno assistito nella vittoria della “Partita della vita“. Romaniello però non ha dimenticato le vittime della pandemia, anzi. Per un giornalista sportivo che di partite sui campi di calcio, dalla terza categoria alla serie A, ne ha commentate tante, l’unica vera ragione di fare un video era il pensiero per tutti coloro che quella partita non sono riusciti a vincerla. La storia di Vito, è accompagnata anche da un piccolo diario di quei giorni, che vi proponiamo: «Sono i miei appunti di quando volevo solo tornare a fare le cose che avevo sempre fatto, ma a cui prima non davo peso. La semplicità dei piccoli gesti e dei rapporti quotidiani».

La partita della vita di Vito Romaniello

Sardegna, 3 Febbraio 2020, a Sassari e Alghero per girare alcune interviste storico-sportive. Accompagnato da un paio di amici. 13 febbraio 2020, a Sassuolo per incontrare il centravanti Caputo. È bello girare l'Italia e parlare di sport, territorio, prodotti tipici. Anche troppo. 10 marzo 2020, passa meno di un mese e lo scenario è completamente diverso: un letto di ospedale nella Terapia Intensiva dell'ospedale di Varese. Di fronte c’è un avversario scorretto e bastardo, che si traveste da raffreddore, aggira le tue difese e colpisce i polmoni. Si chiama Covid 19 e mi ha appena trafitto. La squadra è generosa e preparata, forte e determinata. Oss, infermieri, medici e anestesisti combattono per bloccare il virus. Quindici giorni di coma farmacologico e poi il risveglio. Il risultato è riacciuffato. Sembrano buone le probabilità di riuscire a spuntarla. Il nemico non demorde, anzi. Subentra una polmonite, funziona un quarto del polmone sinistro, intubato una seconda volta. Il virus ha di nuovo la meglio. Tutti si battono per evitare la tracheotomia, farmi respirare con una cannula infilata direttamente in gola. Nel mondo dei sogni in cui ho trovato rifugio mi rendo conto per la prima volta di essere in ospedale. E non sono solo. Le preghiere di chi mi vuole bene, i pensieri di parenti, amici, colleghi..in quella fase REM sento il loro sostegno. Mi devo svegliare. Ho ancora troppe cose da fare. Riapro gli occhi, un colpo di reni quando tutto sembra ormai perduto. Il risultato è nuovamente in equilibrio. Una settimana di osservazione sempre in Terapia Intensiva, stavolta la difesa regge. Posso essere trasferito in Pneumologia e cominciare la riabilitazione. La partita è vinta. Sento un fastidio sul petto, dove avevo attaccati i cateteri, vorrei grattarmi. Non riesco a muovere le braccia. Chiedo aiuto, le parole non escono. Vorrei farmi sentire, non ho fiato. Il bisbiglio è incomprensibile. Arrivano in due per girarmi sull’altro fianco, da solo non riesco neppure a spostarmi nel letto. Con la testa sono in piedi, in realtà non sollevo neanche un dito. Quattro settimane di piccoli movimenti prima del trasferimento in un’altra clinica, a Cunardo, in provincia di Varese, campo nuovo, partita vecchia. Mi faccio accompagnare alla finestra della stanza, al secondo piano. Riesco a vedere sulla strada la mia famiglia. Sono passati più di due mesi da quando l’ambulanza mi ha portato via. Vorrei abbracciare mia moglie Daniela, stringere forte i miei ragazzi Luca e Simona, non è possibile. Sento una fiammata in petto, un brivido lungo la schiena. Avverto una carica improvvisa e potente. Stando al protocollo occorrono 4 settimane di fisioterapia per potermi muovere in maniera autonoma. Troppe. 10 giorni per alzarmi, passare dalla sedia a rotelle al girello, dalle stampelle al bastone. Il 4 giugno esco con le mie gambe da quella porta. Si torna a casa.

La fonte dell'articolo è l'autore Enrico Crippa

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