Oggi non è il 12/10/2019, oggi è il 1:59:40

E' solo questione di tempo scendere là sotto in gare ufficiali, ma Kipchoge, come un apneista del Tempo, è sceso per primo in abissi sconosciuti

di Roberto Leonardi
Roberto Leonardi
(33 articoli pubblicati)
Elioud Kipchoge

Per tanti appassionati d'atletica questo sabato non è il 12/10/2019.  I numeri che da oggi, per tanto avvenire a venire, ci ricorderanno questa giornata, sono 1:59:40, il giorno in cui un uomo lanciato verso un traguardo di una maratona, si è lanciato risolutamente in direzione del futuro.

Il 12 ottobre è già nella storia per tanti motivi. Curiosamente pare un giorno ben associabile a grandi imprese o scoperte. Tipo nel 1492, quando un certo Cristoforo Colombo, dopo aver convinto Ferdinando II d'Aragona e Isabella di Castiglia che poteva raggiungere le indie “tagliando” per l'Oceano Atlantico, scoprì l'America. Episodio che per quanto verificatosi dopo calcoli sbagliati, controverso, quello che volete, resta da più di 500 anni come data storica del nostro passato, simbolo di un'esplorazione.

Anche Eliud sapeva dove voleva arrivare stamattina, e non ha sbagliato niente.

Il 12 ottobre 1968 si aprirono ufficialmente i Giochi della XIX Olimpiade, in Messico. Sì, quelle celebri per i pugni al cielo in guanto nero di Tommie Smith (vincitore col nuovo record del mondo) e del suo connazionale John Carlos (terzo classificato) durante la premiazione dei 200 metri piani. Ma anche per il salto di 8,90 metri di Bob Beamon che migliora di 55(!) centimetri il precedente primato, è ancora record olimpico in carica.

Uno slancio oltre il presente come Elioud. Ma anche per il “Fosbury flop”, la rivoluzionaria tecnica per il salto in alto adottata da Dick Fosbury, e che portò al suo collo la medaglia d'oro. Ora il “salto dorsale”, quello con cui l'atleta scavalca l'asticella rovesciando il busto all'indietro e cadendo sulla schiena, è la tecnica universalmente adottata. Ma al tempo fu cosa da marziani, mai vista prima.

Come la galoppata di Elioud. Elioud che ha corso meno maratone di me, ma ne ha vinte 11 su 12, aveva già provato a scendere sotto le due ore nell'evento “Breaking2” promosso dalla Nike. Era il 6 maggio 2017, e all'Autodromo di Monza, insieme all'Eritreo Tadese e all'etiope Desisa, coadiuvati da uno staff di lepri e preceduti da un'auto che proiettava, come stamattina, una luce verde come pacer. Fallirono per 25 miseri secondi, forse era sbagliata la data.

Era quella di stamattina quella giusta, quella dove ci ha indicato l'America, dove ha fatto un salto rivoluzionario in lungo e in alto, oltrepassando una demarcazione mai varcata prima, tagliando più di un semplice traguardo (se mai ce ne fosse uno semplice), e scavalcarla sorridendo, trasformando quindi pure le aspettative che abbiamo rispetto al volto di un maratoneta, spesso scomposto dalla fatica.

E' la nostra ossessione di umani, quel tormento di muoverci in direzione di quello che prima appariva impossibile, che ci ha fatto stare in piedi (per lo meno a me, ma credo a tanti altri) gli ultimi km a correre con lui. Va bene, è una prova su strada piatta, con una mandria di pacers  a tagliare vento e spostare brutti pensieri, con un auto che proietta a terra una luce come la spada laser di Star Wars, una corsa a circuito con un pubblico solo per te, insomma una situazione privilegiata per un atleta singolo, e quindi non omologabile.

Ma è solo questione di tempo scendere là sotto in gare ufficiali, quanto non si sa, ma Kipchoge, come un apneista del Tempo, è sceso per primo in abissi sconosciuti, e ha toccato con mano, o con i piedi se preferite, quel giorno, in anticipo. Quando accadrà, sarà impossibile non ricordare questa mattinata in cui eravamo idealmente uno dei pacers, o magari, perchè no, e ci sta, discutevamo se l'operazione anche di marketing avesse tolto qualcosa di poetico al futuro prossimo.

Vienna, 1:59:40

Fonte: l'autore Roberto Leonardi

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