Nole, il trionfo nella maratona di Wimbledon

Il campione serbo è tornato a vincere uno Slam dopo due anni, in un'edizione che verrà ricordata per le partite infinite.

di Edoardo Gori
Edoardo Gori
(123 articoli pubblicati)
Quattro fili derba dorata

A Londra sono abituati ad ospitare una sola maratona all’anno, verso aprile, quando i migliori atleti del globo giungono nella capitale britannica per vincere uno dei titoli più prestigiosi della categoria. Perciò è sembrato quasi un fuoriprogramma l’organizzazione delle due “nuove” maratone andate in scena sul Centrale di Wimbledon tra lo scorso venerdì e lo scorso sabato.

Pochi si aspettavano il nome del primo finalista e vincitore del primo duello infinito, ma tanti credevano che domenica, considerando anche le fatiche della precedente battaglia contro colui che è il Re di questo posto, avrebbe avuto poche chance, nonostante anche il suo avversario fosse stato in balia di una fatica disumana. Forse è stata questa paura, o forse l’atmosfera particolare di una finale all’All England Club, che ha permesso a Kevin Anderson di mostrare sprazzi di gran gioco solo nel terzo set, finito con quel tie-break che adesso tanti evocano anche per decidere l’eventuale e decisivo quinto set. Lo scettro del torneo più antico del mondo è tornato fra le mani di un suo vecchio padrone, che negli ultimi due anni pareva aver smarrito la strada dei trionfi e aver imboccato quella del tramonto: Novak Djokovic.

Il serbo, quando era giunto nel Club dopo aver perso una combattutissima finale al Queen’s contro Cilic, forse temeva addirittura di tornare a casa prima della seconda settimana. Spettro che stava divenendo una realtà dopo quel primo set perso contro Kyle Edmund al terzo turno. Nole però ha saputo reagire e ha preso sempre più fiducia. Ha passato quel turno, l’ostacolo Nishikori e poi venerdì sera ha affrontato nel Centrale adibito con tetto e illuminazione notturna (che lui stesso aveva inaugurato in quell’atmosfera nel 2010 contro Rochus) Rafael Nadal. Un combattimento senza esclusioni di colpi, terminato l’indomani per l’assurda regola del coprifuoco rionale (dopo le 23 non si può più giocare, pena un risarcimento cospicuo alla comunità del quartiere) con un 10-8 al quinto set. Un duello che ha meritato di essere considerato come una sorta di finale anticipata (nonché come uno dei match più belli di sempre), nonostante le polemiche per il tetto coperto anche il sabato che lasciano il tempo che trovano.

Anderson era come se l’impresa l’avesse già compiuta venerdì col 26-24 al quinto su Isner, divenuto il terzo match più lungo nella storia del tennis. Il 6-2 6-2 7-6 finale di Djokovic domenica era una logica conseguenza. Forse questo trionfo non basterà per dire che è tornato il Nole schiacciasassi del 2015 e inizio 2016, però basta per dire che il suo cognome merita di stare definitivamente nell’Olimpo del tennis. Persino i suoi detrattori, che nei suoi momenti top dicevano che dominava più per assenze altrui che per la sua effettiva forza, dovranno ricredersi. È stato un Wimbledon da maratoneti. E l’ha vinto uno dei più grandi di sempre.

Fonte: l'autore Edoardo Gori

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