Financial Fair Play: storia di un fallimento

L'inattesa decisione della UEFA sul caso-Milan, ha riaperto il dibattito sul FFP. Qual è il suo scopo? E quali i risultati effettivi?

di Federico Rosa
Federico Rosa
(13 articoli pubblicati)
UEFA 201415 Champions League and UEFA Eu

Era il 2004 quando Vasco Rossi cantava di voler trovare “un senso a tante cose”. Oggi, a quasi 15 anni di distanza, ogni appassionato di calcio si trova a chiedersi quale sia il senso del Financial Fair Play.

Partiamo da una base certa. Quando è stato introdotto, nel 2009, il FFP si prefiggeva due obiettivi principali: ridurre le cifre folli del mercato e livellare il livello gli squilibri di forza economica tra società grandi e piccole. Di fondo c’era anche un altro obiettivo, ossia quello di creare società sane, che potessero contare sempre di più su un apporto di liquidità auto-prodotta, in modo da non rischiare il fallimento. C’è però da dire che poco tocca la Uefa questo problema, essendo un rischio legato ai piccoli club non certo a chi sistematicamente punta all’Europa e perciò da risolvere soprattutto a livello nazionale.

Ora, specificato questo, confrontiamo alcuni dati. Nel periodo pre-FFP, l’acquisto più oneroso della storia era stato quello di CR7 per 94 milioni di euro, seguito da Zidane (77M), Ibrahimovic (68,5M) e Kakà (67M), tutti effettuati da delle società spagnole che a tutt’oggi dominano la scena economica e calcistica, protagoniste in passato di travagliati rapporti con le banche. Passiamo ora al periodo successivo all’introduzione del FFP. In 9 anni abbiamo assistito ai seguenti acquisti: Neymar (222M), Mbappé (145M), Coutinho (120M), Dembelè (105M), Pogba (105M), Bale (100M), Higuain (90M), Neymar (Barcellona, 88M), Lukaku (85M), Van Dijk (84.5), Suarez (82M), James (76M), Di Maria (76M), De Bruyne (75M). Basterebbero questi dati a rendere evidente come il primo obiettivo sia stato tremendamente disatteso. E se a ciò aggiungiamo il fatto che a compiere gli acquisti sia stata una ristretta cerchia di società, notiamo come il FFP non solo non abbia riequilibrato le forze economiche in gioco, ma addirittura abbia permesso ai colossi del calcio di agire incontrastati sul panorama del calciomercato, legando, ancor più di quanto già faccia la realtà delle cose, le mani a giovani società dai progetti interessanti, prive della disponibilità immediata di poter assicurare in contenzioso dei risultati economico-sportivi sul brevissimo periodo adeguati agli investimenti. Perché vietare investimenti sul lungo periodo a società emergenti o reduci da crisi, tramite pesanti sanzioni, lasciando razziare il mercato da pochi noti e congelando un sistema di potere economico-sportivo? Insomma, si è venuto a creare, de iure et de facto, un oligopolio a prezzi esorbitanti di poche società, inscalfibile per le realtà emergenti. Esattamente ciò che il FFP avrebbe voluto combattere.

Perciò, l’anomalia del calcio sta nei 402 milioni spesi dal PSG per Neymar e Mbappé o nei 20 spesi dal Milan per Calhanoglu? Ha senso sanzionare realtà come Milan (la cui solidità è garantita dal fondo Elliott, reduce da una scalata miliardaria a Telecom Italia), Roma, Inter o Atletico Madrid per congelare l’egemonia economica di un ristretto cumulo di società? La distorsione dello sport sta nell’opzionare il 16enne Vinicius per 45 milioni o nel far ripartire un progetto sportivo in crisi da prodotti locali come Donnarumma, Romagnoli, Cutrone, Conti?

Forse, in fondo, aveva ragione Vasco, perché poi “tante cose, un senso non ce l’ha”.

Fonte: l'autore Federico Rosa

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2 COMMENTI

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  1. Ricky45 - 4 mesi

    Vero… Amesso che sia usato in modo trasparente, non ha portato alcun vantaggio! Decisamente negativo…

    1. Fexy - 4 mesi

      Ti ringrazio. Il punto effettivamente riguarda i risultati pratici, che per ora sono sotto gli occhi di tutti

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