In morte di Nikolai Volkoff, il cattivo che i fan amavano odiare

Lo scorso 29 luglio se n'è andato Nikolai Volkoff, uno dei cattivi più iconici del wrestling. Croato d'origine, negli anni Ottanta interpretava l'invasore russo

di Gianluca Caporlingua
Gianluca Caporlingua
(21 articoli pubblicati)
Nikolai Volkoff e The Iron Sheik

Lo scorso 29 luglio se n'è andato Nikolai Volkoff, al secolo Josip Hrvoje Peruzović, nato in Croazia quando ancora faceva parte della ex Jugoslavia, qualche goccia di sangue italiano dalla nonna paterna triestina.

Da ragazzo entrò nella squadra jugoslava di sollevamento pesi ma a vent'anni fuggì in Canada, dove cominciò ad allenarsi per diventare un lottatore professionista. A Calgary, presso la rinomata scuola di Stu Hart (padre del futuro campione mondiale Bret "The Hitman"), mosse dunque i primi passi colui che sarebbe diventato una delle icone del wrestling degli anni Ottanta. Un'epoca d'oro conosciuta come "Gimmick era", caratterizzata da personaggi spiccatamente cartooneschi e da una netta divisione fra i "buoni" da sostenere e i "cattivi" da odiare.

Nel wrestling, il successo di ogni beniamino del pubblico era direttamente proporzionale all'odio che il suo antagonista riusciva ad attirare su di sé. Per fare un grande buono, ci voleva un eccellente cattivo. E quando, nel 1970, Peruzović si trasferì negli Stati Uniti - dove sarebbe stato naturalizzato - probabilmente non aveva la minima idea del futuro da hall of famer che la World Wide Wrestling Federation (poi divenuta WWF e infine l'odierna WWE) gli avrebbe riservato, dandogli i connotati del lottatore malvagio. E fu così che nacque Nikolai Volkoff.

Se negli anni Settanta lo si ricorda per la rivalità con l'italiano Bruno Sammartino, beniamino indiscusso del pubblico e detentore del regno da campione più lungo della storia, il meglio per Nikolai arrivò negli anni Ottanta. C'era ancora la guerra fredda e i comunisti dell'Unione Sovietica erano il nemico numero uno. Nell'immaginario americano, non c'era nulla di più detestabile. E la WWF decise di dare in pasto ai suoi fan il "russo" Volkoff che cantava l'inno dell'Unione Sovietica prima di ogni incontro e, oltretutto, combatteva in coppia con un iraniano (lui sì, originale) che si faceva chiamare Sceicco di Ferro ed era solito urlare al microfono "Iran number one, Russia number one"!

Se questo non fosse già inaccettabile per il pubblico a stelle e strisce, il fatto che i due conquistassero i titoli di coppia battendo, con l'imbroglio, un duo chiamato U.S. Express alla prima Wrestlemania, fu letteralmente oltraggioso. Una di quelle cose che spingeva ogni buon patriota americano ad aprire il portafogli per acquistare il biglietto del prossimo show in città, dove si sarebbe sgolato per sostenere i buoni nella loro missione di cacciare i due invasori.

Nel corso degli anni, si fecero avanti tutti i principali eroi del ring: da Hulk Hogan, che si scontrò con Volkoff in un "match della bandiera" americana contro quella sovietica, a "Hacksaw" Jim Duggan, famoso per il suo "USA, USA!" che caricava il pubblico, che non poteva sopportare che in un palazzetto americano risuonassero le note dell'inno sovietico. La cosa funzionava talmente bene che la WWF decise di raddoppiare e di affiancare a Nikolai un altro "russo" di nome Boris Zukhov (in realtà impersonato dall'americanissimo James Harrell) e di formare il tag team dei Bolsheviks. La nuova squadra, però, non riuscì a replicare il successo ottenuto in precedenza da Nikolai e dallo Sceicco e i Bolsheviks finirono per separarsi nel 1990, quando Volkoff - sorprendentemente - cantò l'inno nazionale degli Stati Uniti d'America davanti a un pubblico in visibilio che, conseguentemente, lo accolse fra le fila dei buoni.

Ebbi la fortuna di incontrare Nikolai Volkoff, mito d'infanzia, nel weekend di Wrestlemania 33 a Orlando e di scambiarci due chiacchiere. Avendogli detto da dove venivo, mi parlò della nonna italiana e acconsentì di buon grado a fare un selfie con me. Un simpatico vecchietto che, lungi dall'ispirare l'avversione degli anni Ottanta, faceva piuttosto tenerezza.

E ancora oggi, ogni volta che viene ricordata la guerra fredda, a me viene subito in mente quel croato-americano di nonna italiana che canta l'inno nazionale sovietico sul ring. Riposa in pace, Nikolai.

La fonte dell'articolo è l'autore Gianluca Caporlingua

DI' LA TUA

0
0 COMMENTI

Inserisci qui il tuo commento

Gazzetta Fan News

Modifica password

Inserisci la password attuale: Inserisci la nuova password: Conferma la nuova password:

Grazie per il tuo commento!

Il commento sarà pubblicato appena moderato.

Grazie per aver compilato il form

A breve riceverai un feedback dallo staff di Gazzetta Fan News.

Grazie

Hai completato la tua registrazione! Inizia subito a partecipare alla community di GazzaNet

Continua la tua navigazione

Login

RECUPERA PASSWORD

Per recuperare la password inserisci la tua email.



Inserisci la tua nuova password.