Mondiali di ciclismo, quelli duri: Sallanches, Duitama… Innsbruck?

La prova iridata 2018 ha le carte in regola per regalare le emozioni delle epiche sfide del 1980 e del 1995

di Paolo Gavarone
Paolo Gavarone
(23 articoli pubblicati)
duitama 1995

Il mondiale di ciclismo è per certi aspetti un unicum nello sport. La competizione non è l'evento centrale della stagione. Spesso non lo vince il più forte, ma quello che coglie l'attimo e ha la fortuna di trovarsi in forma su un percoso adatto alle proprie caratteristiche. Giro e Tour e grandi classiche suscitano un interesse maggiore, a partire dalla copertura mediatica fino al pubblico lungo le strade. Questo perchè il ciclismo è uno sport dove il luogo dove si svolge è assoluto protagonista. Il Poggio, la foresta di Aremberg, l'Alpe d'Huez o il Mortirolo, hanno un fascino che deriva non solo dall'aspetto tecnico ma anche (e soprattutto) dalla storia, dalle imprese scritte nel passato su quelle strade, dal pubblico che vive quelle strade come templi della bicicletta. Nessun circuito ad Hamilton, a Doha o a Mendrisio può avere l'appeal sugli appassionati che hanno i monumenti del ciclismo.

Il mondiale per avere un posto importante nelle teste dei malati di ciclismo deve essere teatro di un gesto o di un fatto straordinario, ma di fucilate dopo Goodwood se ne sono viste poche. Spesso abbiamo assistito a corse tattiche, su percorsi poco significativi, con squadre che si controllano in attesa della bagarre dell'ultimo giro. Corse nel complesso noiose, che, dopo aver visto un giro del percorso e come sono le maglie delle nazionali, fanno cambiare canale fino ai - 15 km dal traguardo anche ai suivieur più accaniti.

Ci sono però, sempre più raramente, mondiali che si propongono diversamente. Mondiali duri, selettivi, che escludono dal pronostico i velocisti, che inquietano i passisti, che strizzano l'occhio agli scalatori, a chi di solito vediamo protagonista su Alpi e Pirenei. Corse che dovrebbero avere uno sviluppo più articolato, dove in ogni momento può succedere qualcosa.

A detta di tutti il mondiale più difficile della storia è stato quello di Sallanches 1980. Alta Savoia, un percorso con un dislivello da tappa alpina. Oltre 7 ore di corsa, una salita di quasi 3 chilometri con punte al 16% da ripetere 20 volte. Una ad eliminazione, dominata da Bernard Hinault. I suoi avversari più accreditati Moser, Saronni, Kelly, Zoetemelk non arrivano al traguardo, ma sono in buona compagnia. Solo 15 corridori concludono la gara e, ad eccezione dell'eroico G.B Baronchelli che limita il ritardo a un minuto, con distacchi abissali.

Bisogna aspettare Duitama 1995 per ritrovare un mondiale con qualche suggestione altimetrica. Nella terra di Gabriel Garcia Marquez, oltre al dislivello importante e ad una discesa da oltre 90 km/h, i corridori dovettero affrontare un circuito che non scendeva mai sotto i 2.400 m di altitidine. Una prova estrema che vide grandi protagonisti i più grandi interpreti delle corse a tappa degli anni novanta. Indurain contro Pantani, due immensi campioni, diversissimi fra loro. Una sfida da sogno. Ad avere la meglio fu però Olano, grazie al lavoro da stopper di Miguelon, che poi regolò il Pirata nella volata per il secondo posto. Un finale amaro ma una corsa romanzesca con tre vincitori di grandi giri sul podio.

Innsbruck può essere un mondiale da ricordare. Un circuito molto duro con un finale inedito che all'ultimo giro viene modificato per affrontare una rampa con pendenze mai vista ad un mondiale. Sicuramente vincerà qualcuno che ha dimestichezza con le salite vere.  A mio modesto parere si potrebbe paragonare ad una Liegi Bastogne Liegi, che non a caso è la Monumento dove più spesso vediamo alla ribalta anche chi solitamente lotta sulla grandi montagne. I pronostici si fanno per essere smentiti, ma non son molti i corridori che si giocheranno questo titolo. Valverde, Alaphilippe, Kwiatowski, Jungels, Bardet, Martin, Poels, Nibali, Simon Yates...  In attesa di sorprese... magari azzurre.

Fonte: l'autore Paolo Gavarone

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