Messico 1968: molto più che un’Olimpiade

Le olimpiadi estive ospitate dal Paese centroamericano videro l'unione di sport, politica e non solo, qualcosa che non accadeva da Berlino '36.

di Marco Ghilotti
Marco Ghilotti
(99 articoli pubblicati)
Mexico 68

Il 1968 sarà ricordato da ogni generazione come uno degli anni più movimentati e sconquassanti di tutta la storia del '900. Poche stagioni hanno avuto una tale forza d'urto : possiamo forse paragonarlo al 1939, anno in cui scoppiò il secondo conflitto mondiale, oppure al 1989, quando la caduta del Muro di Berlino causò un turbinio socio-politico che tutt'oggi influenza ancora la nostra società. Mentre questi ultimi hanno avuto come protagoniste le nazioni più potenti al mondo, e hanno causato milioni di morti da un lato e un rischio nucleare dall'altro, il Sessantotto da questo punto di vista é stato pacifico, coinvolgendo una piccola porzione della popolazione umana, ossia studenti universitari e operai.

Una rivoluzione pacifica guidata da tanti protagonisti ed altrettante figure chiave, che hanno avuto  a loro modo un impatto devastante nel proprio ambito. Già, perché é utile ricordare che in effetti la rivolta ha coinvolto non solo la politica, bensì anche lo sport, dove un'assegnazione dei Giochi Olimpici é destinata a stravolgere il canonico programma della più importante manifestazione internazionale per atleti. 

Un libro di 180 pagine, in tre lingue diverse, permette al Messico di conquistare il trono a cinque cerchi con un punteggio di 30 su 58. Un'assegnazione arrivata non senza polemiche, soprattutto per l'altitudine e per la precaria situazione economica del Paese. Una volta rassicurati i vertici del CIO, la macchina organizzatrice può mettersi in moto. 

L'Olimpiade messicana é ricordata principalmente per le sue connotazioni fortemente politiche, che coinvolgono due storie. La prima riguarda un massacro, avvenuto dieci giorni prima dell'inizio dei Giochi, nella quale dei pacifici studenti vengono uccisi da dei soldati senza un apparente motivo mentre protestano contro il Presidente. Ciononostante, il Presidente del CIO Brundage decide di sorvolare sull'accaduto, sebbene la notizia sia già circolata in tutto il mondo. Questo silenzio viene notato dai sopravvissuti che, durante l'inaugurazione fanno volare un'aquilone nero in segno di protesta contro l'omertà dei potenti. 

Il secondo episodio ha come protagonisti due corridori americani, che di nome fanno John Carlos e Tommie Smith. Due che verranno per sempre ricordati nella storia dell'atletica, capaci di frantumare record su record, grazie allo strapotere fisico che permetteva loro di correre in tempi che agli altri sprinter apparivano semplicemente disumani. Il secondo, soprannominato The Jet (l'aereo a reazione), era il Bolt di quei tempi, dato che già dall'università era stato in grado di battere i record mondiali, sia sui 200 che sui 400 metri. Durante la manifestazione olimpica, decide di correre dritto nella storia, vincendo l'oro con un tempo di 19"83, che solamente undici anni più tardi verrà migliorato di 11 secondi dal nostro Pietro Mennea. Carlos, che era rimasto in testa per parte della gara, viene alla fine beffato dall'australiano Peter Norman, concludendo terzo. Un risultato utile comunque, soprattutto per ciò che sarebbe accaduto da lì a poco. Nello spogliatoio, infatti, i due connazionali decidono di boicottare l'inno nazionale, abbassando il capo e alzando al cielo i guanti neri che si erano portati. Norman, che di tutto ciò non voleva far parte, decide comunque di indossare una spilla in favore dei diritti umani. 

Questi pugni neri elevati al cielo, quasi a voler sdegnare l'inno americano sono e rimangono una netta rivendicazione politica. Rivendicavano i diritti dei neri, che nonostante fossero liberi da 100 anni erano ancora considerati come una razza a parte, diversi dai bianchi. Erano anche un atto ostile verso il proprio Paese, che sebbene sia sempre stato guidato da ideali di libertà e uguaglianza, non stava rispettando in quel momento rispettando i diritti inalienabili dell'uomo. Un gesto apparentemente semplice ma incredibilmente potente. Due guanti scuri, una spilla bianca, un podio olimpico. Un'istantanea che vale più di mille parole. 

Fonte: l'autore Marco Ghilotti

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