Diego Armando Maradona: la forza del mito oltre l’ambivalenza

La scomparsa del Pibe de oro sancisce il tramonto di quell’ambivalenza tanto discussa e l’affermazione totale dell’eternità del mito e della sacralità del rito

di Adriano Russo
Adriano Russo
(2 articoli pubblicati)
SSC Napoli v FC Barcelona - UEFA Champio

La partita tra Napoli e Fiorentina della scorsa domenica riporta alla mente quella stessa partita disputata nello stesso stadio una domenica di quasi 34 anni fa, partita che assegnava il primo scudetto al Napoli di Diego Armando Maradona. I nostalgici ricorderanno che a quei tempi Diego veniva ammirato e giudicato soltanto per la sua classe inconfondibile, per il suo genio e per le magie che compiva sul rettangolo di gioco. Un amore tanto folle che, nel corso del mondiale di Italia 90, moltissimi tifosi napoletani preferirono fare il tifo per la sua Argentina piuttosto che per la nazionale italiana. Per molti altri però, l'eliminazione dell'Italia per mano dell'Argentina di Maradona in semifinale, fu vissuta alla stregua di un tradimento. Come dire: "Maradona è più argentino che italiano!". Ma la rabbia di quel momento e di quella amara sconfitta venne via via scemando perché a vederlo giocare sul terreno di gioco a Maradona veniva perdonata ogni cosa. La sua integrità umana e morale fu invece messa in discussione quando nel 1991 Diego venne sospeso dal calcio perché trovato positivo alla cocaina. Una data che segna forse la vera scissione dell'uomo dal calciatore. Una data che segna l’inizio del processo di demonizzazione nei suoi confronti, il perpetuarsi di quella ambivalenza che contraddistingue da sempre il personaggio di Diego Armando Maradona. Stessa dinamica che prosegue durante i mondiali in Usa del 1994, quando Maradona risulta positivo al controllo dell'antidoping, fino ad arrivare nel 2007 quando gli vengono notificate gravi inadempienze nei confronti del fisco italiano. Maradona è ammirato e osannato da una parte, criminalizzato e stigmatizzato dall'altra, un'ambivalenza che si ripercuote di continuo nell'immaginario quotidiano degli italiani. L'uomo e il calciatore, il genio e la sregolatezza, il sacro e il profano.
Il personaggio Maradona fa parlare sempre di sé e viene messo in discussione fino al momento della sua morte, avvenuta lo scorso 25 novembre. La percezione collettiva odierna sembra però fortemente ridimensionare anche l'accanimento sociale e mediatico verso quella scissione quasi maniacale.
L'ambivalenza sembra essersi finalmente acquietata. Diego, da vivo così come da morto, rappresenta l'identificazione simbolica totale sia dell'uomo che del calciatore, sia per gli argentini che per i napoletani. Non ci sono differenze, forse non ci sono mai state, Maradona è per loro il totem sacro. In Argentina è la "Iglesia Maradoniana". A Napoli, invece, Diego ha rappresentato e rappresenta il riscatto sociale e popolare di una città, il cuore di un popolo che lo beatifica, lo santifica, lo omaggia e lo consacra nei simboli della città, nei monumenti, nei murales presenti nei quartieri del centro storico e nei rituali di socializzazione che riguardano la dimensione del sommerso. Ebbene sì, Maradona è una religione! Le persone si identificano sempre e comunque in lui, nelle rappresentazioni individuali e sociali che mettono in atto.
Non si tratta di un'eccessiva santificazione o beatificazione, come è stato erroneamente affermato da qualche noto giornalista. La celebrazione sociale e culturale di Maradona rappresenta invece l'enfatizzazione e la legittimazione simbolica di un tempo che fu, un tempo capace di aiutare a superare le crisi identitarie degli individui che lo seguono e che credono in lui. Maradona configura una dimensione sacrale, intesa come fatto sociale. Diego è il collante sociale comunitario, è la scossa morale che incarna la forza e lo spirito di un intero popolo che si rivede eternamente nel suo mito e nelle sue gesta.

Fonte: l'autore Adriano Russo

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