Lucha Mexico: le leggende mascherate

Un documentario di Netflix racconta la vita dentro e fuori dal ring dei luchadores, in un viaggio nella cultura e nelle tradizioni popolari messicane

di Gianluca Caporlingua
Gianluca Caporlingua
(21 articoli pubblicati)
Blue Demon Jr.

Il wrestling messicano, la Lucha Libre, è un'affascinante tradizione di battaglie, consumate in storiche arene, fra lottatori che indossano maschere variopinte e si convertono in vere e proprie misteriose figure mitologiche, acclamate o, addirittura, venerate dai fan.

Nel 2012, i registi Ian Markiewicz ed Alex Hammond partirono al seguito di alcuni fra i più famosi luchadores con l'intenzione di raccontare in un documentario la cultura della lotta messicana. Il risultato è "Lucha Mexico" (2016), disponibile su Netflix. 

La sensazione immediata, per chi è più abituato al wrestling a stelle e strisce, è quella di trovarsi di fronte a un fenomeno sociale in cui il confine fra "realtà" e "finzione" è molto labile, quasi impercettibile. Non che i lottatori americani non prendano il proprio lavoro sul serio - attenzione - ma i luchadores sembrano vivere la propria professione in totale simbiosi con il proprio personaggio, al punto dall'esserne dominati. Basti pensare alla sacralità della maschera.  Tutti gli intervistati ovviamente la indossano davanti alle telecamere e alcuni, come il wrestler di seconda generazione Blue Demon Jr., dicono di portarla anche per 18 ore al giorno.

Al centro del film c'è Shocker, luchador auto-proclamatosi "1000% Guapo" (cioè il belloccio che non ha bisogno di coprire il proprio volto) dopo aver perso la propria maschera in uno dei tanti mask VS mask match (chi perde è costretto a togliersela immediatamente) di tradizione messicana. La Lucha Libre, oggi, racconta storie che combinano tradizione e modernità, provincialismo e aspirazioni di conquista di un pubblico più internazionale. Shocker in Messico è famoso come un John Cena negli USA. Ma sarebbe improbabile trovare quest'ultimo a lottare in fiere o sagre paesane. Le telecamere, invece, seguono Shocker dai grandi incontri disputati nella leggendaria Arena México alle esibizioni davanti a meno di un centinaio di persone in un ring montato sotto ad un tendone. 

Ed è forse proprio questo l'aspetto più curioso. I luchadores sembrano così concentrati sulla necessità di alimentare il proprio personaggio che, per saziarlo, corrono da un match all'altro, ovunque esso si svolga. Nessuno di loro sa cosa gli succederà da qui ai prossimi cinque anni ma tutti sono concordi nell'affermare che l'unica strada possibile sia quella di continuare fino a quando il fisico reggerà. E quando Shocker subisce un grave infortunio che potrebbe forzarlo al ritiro, il racconto assume tinte più cupe. 

Scopriamo che Fabian "El Gitano" - dalla cui viva voce, all'inizio del film, avevamo ascoltato la storia della perdita della maschera - è morto tragicamente (secondo più fonti si sarebbe in realtà suicidato). Il fratello ci svela la depressione in cui il lottatore era caduto dopo essersi dovuto privare della propria identità segreta.

E dopo averlo visto, sorridente, raccontare agli intervistatori della sua recente carriera nella lucha, sulle orme del padre, altra leggenda messicana, veniamo bruscamente riportati ad un notiziario del 21 marzo 2015, in cui si annunciava l'improvvisa scomparsa di Pedro Aguayo Ramirez, meglio conosciuto come El Hijo del Perro Aguayo, morto sul ring per una frattura cervicale dovuta ad un calcio volante da parte del suo avversario, Rey Misterio Jr.

"La gente a volte pensa che sia tutto finto perché sappiamo cadere - dice uno di loro - ma basta una caduta sbagliata o un colpo male assestato per rischiare la vita". O comunque farsi molto male, come dimostra il bodybuilder americano Jon "Strongman" Andersen che passa parte della pellicola a mostrarci le contusioni subite.

Ma perché i luchadores in Messico sono sempre stati così popolari? Perché mettono in gioco il proprio corpo per raccontare "storie semplici di lotta fra il Bene e il Male" che - spiega il regista - offrono a gente di diversa estrazione sociale una forma di evasione da "un Paese afflitto da violenza e povertà", venendo ricambiati con incredibile affetto.

La fonte dell'articolo è l'autore Gianluca Caporlingua

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