La nazionale e gli appassionati al tempo delle pay-tv

Da quali certezze dovrebbe ripartire la riforma dei palinsesti?

di Filippo Minonzio
Filippo Minonzio
(1 articoli pubblicati)

Quest’anno la battaglia per i diritti televisivi è stata più cruenta del solito e il terreno su cui si è svolta è sembrato ancora più spietato e incomprensibile degli anni precedenti. La questione, vicissitudini odierne a parte, è però annosa: è giusto che lo sport sia in vendita? È moralmente accettabile che la sua trasmissione venga acquisita da società che, per ripagare l’acquisto stesso e per guadagnarci, renderanno le partite un bene riservato a chi ha la possibilità di spenderci il proprio denaro? Domande di questo genere, naturalmente, rischiano di farci addentrare in discussioni ben più profonde e filosofiche, sulla natura stessa dello sport, sui diritti del popolo, sul capitalismo, sulla passione e sui panem et circenses. Proviamo, quindi, ad attenerci a un piano più pratico, partendo da una manciata di dati di fatto. 

 Ogni volta che inizia l’asta per i diritti tv, i tifosi assistono al teatrino dei miliardi e, inermi, aspettano che la sentenza venga emessa. Come? Senza avere voce in capitolo, adeguandosi e basta. Un'altra evidenza: tra gli appassionati, moltissimi acquistano i celebri pacchetti, ma molti di più ci rinunciano, per insufficiente interesse o, più spesso, per insufficiente moneta. Le partite europee trasmesse in chiaro vengono accolte con enorme gioia dai Non Abbonati, ma la stragrande maggioranza di essi, l’anno successivo, non acquisterà comunque i pacchetti di cui sopra. Quasi tutti i patiti del pallone hanno ormai accettato, in cuor loro, che il campionato sia un bene di lusso e che per vederlo si debba pagare qualcosa, che sia l’abbonamento a una pay-tv o la birra al bar o quello che porti in dono all’amico che ti invita a guardare la partita sul suo divano. Ciò che i tifosi non sono in procinto di accettare e di cui non si farebbero facilmente una ragione, tuttavia, sarebbe il dover pagare per vedere la Nazionale. La Nazionale, infatti, è considerata un bene pubblico: la gente non vuole vederla con lo sponsor dopo il nome in stile Serie A TIM, non vuole guardarla giocare con lo sponsor grande all’altezza del costato, non la vede come un bene potenzialmente elitario e – soprattutto – non è assolutamente disposta pagare per poterla ammirare, a prescindere dallo stato dell’arte della nostra selezione. Perché? Questa volta non per una questione di soldi, ma per una questione di principio. La visione che il popolo ha della Nazionale è quella di un bene pubblico, come la scuola, per cui al massimo si paga un prezzo annuale (la retta scolastica in un caso, il canone Rai nell’altro) a cui non dev’essere aggiunta una lira e che comprende molte altre possibilità. La Nazionale, per gli italiani, non si tocca. Non importa su che canale sia trasmessa: dev’essere gratis. Tutto quello che ci sta intorno (la qualità della regia, dei telecronisti, degli opinionisti e dei pre e post- partita) è molto meno rilevante di quanto non lo sia per il Campionato o la Champions League. 

Forse, allora, è questa la certezza da cui ripartire e a cui aggrapparsi: i leoni della pay-tv si scannino pure su tutto, ma -per l’amor del cielo- non tocchino la Nazionale. Per la comunità calcistica pagare per guardare gli Azzurri è impensabile come per i nostri nonni era il pagare per guardare la Serie A, quindi forse ci stiamo solo illudendo di non potere accettare un’altra mostruosa ingerenza della televisione a pagamento: se così fosse, beh, lasciateci illudere.

Telekom Cup 2017 3rd Place Match
La fonte dell'articolo è l'autore Filippo Minonzio

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