La mia avventura alla maratona di Boston

il racconto della mia mia partecipazione alla maratona di Boston 2015

di Giuseppe Di girolamo
Giuseppe Di girolamo
(120 articoli pubblicati)
maratona di Boston

Se penso al freddo e alla pioggia che ho preso quel giorno, mi vengono ancora i brividi. Eppure quello era uno dei giorni più felici della mia vitaQuel giorno, il 20 aprile 2015, avevo preso parte, e portato a termine, la maratona di Boston. Non solo era una cosa per me impensabile solo sei anni prima, quando mia affacciai al mondo della corsa, ma era impensabile  un anno e mezzo prima, precisamente il 18 ottobre 2013, un venerdì, quando venni investito da uno scooter mentre mi stavo allenando. Fortunatamente non fui mai in pericolo di vita, ma il responso degli ortopedici dell’ospedale di Monza era chiaro: frattura del piede destro in cinque punti diversi.

La mia breve avventura da podista amatore sembrava conclusa. Invece, nonostante l’opinione negativa dei medici, piano piano e con molte sofferenze all’inizio, ripresi ad allenarmi. A distanza di sei mesi dall’incidente ero già in grado di “trotterellare” con le scarpe da corsa, ma solo dopo un anno ripresi a correre veramente. Trascorsi un inverno di intensi allenamenti, sotto la pioggia e anche sotto la neve, e arrivai all’appuntamento di Boston, a cui mi ero iscritto con l’incoscienza di chi davvero non sa cosa sta facendo (in quel momenti ancora faticavo a mettere insieme 10 chilometri in fila), tirato a lucido come non mai a livello fisico.

Presi il via con l’ultima “ondata”, l’attesa fu davvero lunga, nel villaggio di partenza a Hopkinton, a circa 40 chilometri da Boston. Ognuno ingannava il tempo come poteva, e cercava di scaldarsi bevendo del caffè caldo, offerto dagli organizzatori. Nel momento preciso in cui lo starter diede il via all’ultima wave, cominciò a piovere e non smise più per tutte e quattro le ore che impiegai a portare a termine la corsa. Ricordo l’eccitazione che mi spingeva, le gambe giravano regolari, leggere, quasi non mi accorgevo di correre.

Potevo persino guardarmi attorno, osservare il pubblico, un serpentone che non ha mai smesso di incoraggiare tutti, dal primo all’ultimo; nessuno è rientrato in casa perché pioveva, nessuno si è stancato ed andato via, volevano essere parte della gara, della nostra vita, essere nei nostri ricordi.

Superato il trentesimo chilometro si affronta la salita detta “Heartbreak Hill”, la collina che spezza il cuore, nel vero senso della parola, dato che prende il nome dall’episodio accaduto nel 1936 quando Ellison Brown superò Johm Kelly e andò a vincere la corsa “spezzando” appunto il cuore di quest’ultimo.

Questa è l’ultima di quattro brevi ma dure asperità, mancano 7 chilometri al traguardo, si entra finalmente in Boston, le emozioni si mescolano, tra la fatica che sembra ucciderti lì in quell’istante, e l’eccitazione di sentire il traguardo vicino.

Quando manca un chilometro e mezzo alla fine, si passa sotto un cavalcavia, si svolta a destra e la strada è leggera salita. C’ è un tizio accanto a me con la bandiera americana, lui cammina, io proseguo e vedo in lontananza l’imbocco di Boylston Street, dove è situato il traguardo. Ora non trattengo più le lacrime, penso a tutta la fatica che ci è voluta per arrivare fin lì, penso all’incidente, a come sono “rinato”, la volontà e l’ostinazione che ci ho messo. Tutto adesso si concentra in pochi centinaia di metri, quelli che mi separano dal traguardo.

Svolto a sinistra e non dimenticherò, mai, giuro, mai, il boato delle gente mentre noi, ultimi tra gli ultimi, giungevamo al traguardo come eroi non secondari di un libro che si scrive dal 1897; anche i nostri nomi resteranno scolpiti nelle sua storia, magari ai margini, ma comunque presenti.

Cerco di trattenere tutte le emozioni che provo, voglio conservarle come posso, più che posso, perché niente di quello che sento sarà ripetibile, e dura un istante, qualche battito di cuore, alcuni soffi di respiro, e tra poco tutto sarà finito, e non vorrei. Taglio il traguardo, chiudo un capitolo, ora ho una storia da raccontare, una parentesi unica, nell’ordinario romanzo della mia vita.

Fonte: l'autore Giuseppe Di girolamo

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