Io, il quidditch e la Nazionale italiana: il racconto di Genovese

Intervista a Michele Genovese, allenatore della nazionale italiana di quidditch

di Alessandro Antonioli
Alessandro Antonioli
(3 articoli pubblicati)
Michele Genovese

Dal 27 giugno al primo luglio si sono svolti a Firenze i mondiali di quidditch, lo sport di Harry Potter, praticato dai non maghi nella forma di quidditch babbano. Niente traumi con la Svezia, almeno qui: l'Italia ha partecipato ed è arrivata ottava. Abbiamo intervistato Michele Genovese, battitore per i Green Tauros Quidditch Torino e allenatore della nazionale italiana di quidditch, per farci raccontare di questa esperienza.

Considerando anche la nascita recente del quidditch in Italia, come commenti il risultato della nazionale ai mondiali?
"Il progetto della nazionale Italiana di quidditch sta finalmente dando i frutti che speravamo. Arrivare ai quarti di finale e combattere a pari livello con l'attuale campione d'Europa ci fornisce un segnale forte su quello che è stato il cammino della Nazionale negli ultimi due anni: vogliamo essere spavaldi e ambiziosi".

Sotto quali aspetti la nazionale e il movimento in generale devono ancora crescere? 
"Purtroppo l'Italia soffre di poca credibilità a livello sportivo, e questo influenza l'espansione a livello territoriale. Anche le squadre più collaudate faticano a raggiungere il numero massimo di giocatori, e questo ci penalizza. Tuttavia il mondiale di quidditch a Firenze sembra aver dato una svolta in positivo. Sono convinto che l'Associazione Italiana saprà sfruttare il momento e colmare questo vuoto. Un altro problema è il relativo isolamento delle squadre: troppe di loro soffrono la distanza dalle altre, e questo rallenta la crescita sportiva".

Quali sono invece i punti di forza della nostra nazionale?
"Finalmente vedo continuità e fiducia in un progetto ambizioso. Sappiamo di essere ancora qualche passo indietro rispetto al top, ma ho visto una grande motivazione a riempire quelle che sono state le nostre mancanze fino all'anno scorso. La fiducia che si è instaurata tra i giocatori ci ha dato quella convinzione che può portarci a grandi risultati".

Che cosa serve per essere un buon giocatore di quidditch?
"Passione, intelligenza e sacrificio. Se non possiedi anche solo una di queste tre caratteristiche, difficilmente riesci a stare al passo con i migliori. Ho visto giocatori relativamente meno portati che sono stati in grado di vivere una trasformazione totale, che li ha resi giocatori fondamentali della Nazionale di quest'anno; al contrario, la tracotanza di alcuni giocatori parecchio più portati li ha resi superflui al progetto. Fare scelte difficili è una delle brutte responsabilità del team tecnico, ma è necessario affinché gli sforzi di tutti vengano rispettati". 

Che cosa ha significato per te quest'esperienza da allenatore? Che cosa ti porti dietro da Firenze?
"Mi porto dietro gli abbracci di tutti quanti i giocatori di questa Nazionale. Sono stati dei giganti, mi sono stati vicini nei momenti più tesi e io ho provato a dare il meglio solo per loro, perchè se lo meritavano. A loro vanno tutti i miei complimenti, perchè se questo è il punto di partenza allora davvero possiamo puntare alle stelle". 

Oltre che allenatore, sei prima di tutto il battitore dei Green Tauros Quidditch Torino. Ci racconti qualcosa di questa realtà? 
"I Green Tauros Quidditch Torino sono una squadra speciale, fatta di persone più uniche che rare: siamo sportivi, abbiamo voluto fare una scommessa aprendo la prima associazione sportiva dilettantistica in Piemonte. Ci crediamo tantissimo e vogliamo anche tornare a vincere a pieno titolo, sia in Italia sia in Europa. Sto bene con loro perché riesco a essere me stesso senza essere giudicato, e questo fa sì che il nostro sport sia sano e aperto a tutti. Per questo continuo e per questo mi impegno affinché ci sia una crescita continua, sia a livello locale sia a livello nazionale". 

Fonte: l'autore Alessandro Antonioli

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