Imperatore per un giorno: la mia maratona di Roma

Nel 2015 presi parte alla maratona di Roma, per prepararmi a quella di Boston, il mese successivo. Corsi invece la migliore maratona della mia vita

di Giuseppe Di girolamo
Giuseppe Di girolamo
(30 articoli pubblicati)
maratona di Roma 2015

La mattina del 22 marzo 2015 pioveva, come quasi sempre accade, quando partecipo ad una gara podistica. Oramai fa parte del rito, la pioggia è il cielo che cade in mio onore, quando indegnamente mi confondo tra gente che va forte davvero. Mentre guardo fuori dalla finestra della mia stanza di hotel, la radio suona “don’t stop me now”, dei Queen. In quel momento non capisco, ma è un presagio. Tutto quello che accade è il preambolo di una giornata felice, che non dimenticherò mai, ma in quegli istanti sono estraneo a me stesso.

La vestizione è un gesto da automa, eseguito però passo passo, come a spuntare i passi di un copione. Sono tirato a lucido come non lo sono mai stato mai, a livello fisico, non mi sono mai allenato così tanto, e così bene. Ho perso quasi 20 kg di peso, tutto, proprio tutto quello che dovevo fare, in preparazione, l’ho fatto a dovere. Ma l’attesa per quel momento, mi strozza il respiro in gola, corde immaginarie sembrano tirare tutti i muscoli del corpo; sono rigido, le spalle di piombo.

Non voglio pensare che possa andare male, cerco di scacciare la paura del fallimento, ma quella stronza torna, mi ride beffarda, mi sussurra nell’orecchio “non è per te, lascia perdere”.

L’obiettivo sarebbe modesto, per la gran parte degli altri concorrenti, ma per me, correre una maratona sotto le quattro ore, avrebbe il valore equivalente di un oro olimpico. E Roma è piena di saliscendi, sampietrini, pensare di fare il personal best time a Roma, è un po’ utopistico.

Prendo il via, insieme a migliaia altri partecipanti, che mi sembrano tutti più bravi, veloci, e giovani di me. E probabilmente lo sono. Per 20 km "la gamba" c'é, ma non riesco a godermi quello che sto facendo, nonostante tutto stia andando secondo i piani. Arrivato alla mezza maratona, il fiato mi sembra corto, il passo pesante, i fantasmi hanno le scarpe da corsa, e mi accompagnano metro dopo metro.

La pioggia cessa per qualche chilometro, arrivo al km 26 cercando di ignorare le sensazioni negative, che avverto nel fisico, ma sono dentro la mia testa. Forse mi alimento anche male, avverto fitte allo stomaco. Al km 28 mi affianca un amico, mi chiede come va, rispondo con parole soffiate nell’aria. Sto rallentando, il passo corsa non è più regolare, le fitte al ventre quasi non so più tollerabili: penso di dovermi fermare.

Invece improvvisamente il dolore cessa, questo mi rinfranca un po’, e le gambe cominciano a roteare leggere, come mi sembra non abbiano mai fatto. Superato il km 30, penso ad arrivare alla fine, e mi va bene. Poi l’occhio cade sul cronometro al mio polso, guardo il tempo che indica, e faccio qualche calcolo a mente: sono fuori di poco dall’obbiettivo “under four hours”. Altroché muro che del trentesimo chilometro, nella mia mente si spalanca una discesa!

Comincio a correre a un ritmo impensabile per me, a quel punto della corsa; supero gente zoppicante, coi crampi, o che sta semplicemente tenendo il proprio ritmo. Non li conto, ma sono davvero tanti i concorrenti che sorpasso, e più ne sorpasso e più l’adrenalina sale, e più sale, più aumento il passo. Ma quello che conta è soprattutto il cronometro, a ogni chilometro guadagno un po’ sulla media che dovrei tenere.

Manca meno di un chilometro, ricomincia a piovere, passiamo sotto un ponte, corriamo sui sampietrini, e mi viene da piangere perché non ce la faccio più, e l’obiettivo è davvero vicino. Usciamo dal tunnel, il traguardo mi sembra lontano, ma dopo una lieve svolta a sinistra lo vedo: è lì, a poche centinaia di metri. Penso “lì c’è tutto il tuo lavoro Giuse, forza, manca poco”. Guardo di nuovo il cronometro, non ce la faccio a sprintare, tengo il passo migliore possibile, ma ormai so che ce la farò, di pochissimo, ma ce la farò! Spesso i sogni si spostano un chilometro più in là, proprio quando ti sembra di acchiapparli, ma n non questa volta: 3 ore, 59 minuti, 34 secondi.

Fonte: l'autore Giuseppe Di girolamo

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