Giro delle Fiandre e Parigi Roubaix, storie scritte sulle pietre

Le due grandi classiche del pavé, tra affinità e differenze

di Paolo Gavarone
Paolo Gavarone
(23 articoli pubblicati)
Paris - Roubaix Cycle Race

Roubaix e Oudenaarde, attuale sede di arrivo del Giro delle Fiandre,  sono divise da una cinquantina di chilometri. Francia e Belgio, ma il confine geopolitico non cambia il paesaggio, il clima e soprattutto l’amore per il ciclismo che si respira da queste parti. L’inferno del nord è il paradiso per chiunque voglia capire l’anima del ciclismo, quella che è rimasta immutata dai tempi dei pionieri ad oggi. La fatica, il rischio, lo scontro con gli avversari, le insidie della strada e del clima, il rumore delle bici che saltano sulle pietre mischiato al vociare della folla. Sono tutti elementi che qui si elevano all’ennesima potenza e accomunano queste due “monumento”, che però hanno storie e caratteristiche proprie e ben distinte. 
 
La loro origine innanzitutto. La Roubaix nacque nel  1896 ed ebbe subito una vocazione ed una visibilità internazionale. La Ronde rimase invece per decenni terreno di caccia dei belgi. Tra la prima edizione del 1913 e il 1948, c’è solo una vittoria non belga (lo svizzero Suter) e sarà la tripletta del nostro Fiorenzo Magni ad imporla come grande evento fuori dai confini fiamminghi. I percorsi hanno in comune le pietre, ma per il resto sono più le differenze che le affinità. I ripidi muri delle Fiandre, rendono questa corsa adatta ad una cerchia ristretta di corridori. Con caratteristiche di passista per affrontare i lunghi tratti in piano, ma che siano in grado di reggere bene le pendenze delle ripetute salite. Che abbiano una fisicità che consenta di aggredire il pavé senza esserne dominati, ma non eccessivamente pesanti per meglio affrontare un dislivello complessivo non indifferente. Non è un caso che a scorrere l’albo d’oro ci siano, soprattutto negli ultimi anni, pochissimi vincitori inattesi.

Il pavé della Roubaix è per funamboli. Questi ormai mitologici cubetti di porfido, più insidiosi delle più ampie lastre di pietra fiamminga, fanno sì che una corsa priva di dislivello sia considerata una delle prove più massacranti della stagione. Affrontati in pianura, ad alta velocità, richiedono innanzitutto una capacità di guida della bici fuori dal comune. E’ chiaramente una corsa per passisti con grandissime doti di fondo, ma queste strade che come nessun'altra evidenziano la precarietà dell'equilibrio su due ruote, rendono la Regina delle Classiche una corsa più difficilmente prevedibile, come dimostrano, nell’ultimo decennio, le vittorie di Hayman e Vansummeren.

Gli attori principali di queste due splendide avventure sono  in buona parte gli stessi. Terpstra, vincitore domenica scorsa a Oudenaarde, parte di diritto tra i favoriti anche da Parigi. Ma le caratteristiche della Ronde hanno però portato la corsa fiamminga ad attrarre non solo gli specialisti della polvere e del fango, ma anche quei corridori completi che sui muri possono far valere le loro doti di scattisti scalatori. Gilbert, Nibali, Kwiatkowsky, solo per citarne alcuni, stanno ricreando (per la gioia di noi appassionati) un trait d’union tra Fiandre e Ardenne, così come in passato hanno fatto altri campioni, vincitori o comunque protagonisti su muur e cotes.  Più difficile invece sarà vedere qualche reduce dalla Roubaix di domenica prossima affrontare anche Amstel, Freccia o Liegi. Ma, tralasciando ulteriori considerazioni pseudo-tecniche, è un fatto del tutto comprensibile. I tempi di recupero necessari dopo un viaggio all’inferno sono piuttosto lunghi…

Fonte: l'autore Paolo Gavarone

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