Bruno Sammartino, il campione che non fu mai profeta in patria

Il più longevo campione del mondo di wrestling se n'è andato ieri, a 82 anni. Un atleta conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, tranne che in Italia

di Gianluca Caporlingua
Gianluca Caporlingua
(21 articoli pubblicati)

Bruno Sammartino, il più longevo campione del mondo di wrestling  che sia mai esistito, detentore della cintura - combinando il periodo record con un secondo run - per un totale di più di 11 anni (4.040 giorni), se n'è andato ieri, a 82 anni. A dare la notizia è stata la stessa WWE, federazione che lo ha reso celebre in tutto il mondo (quando ancora si chiamava WWWF) negli anni Sessanta e Settanta e che, nel 2013, lo ha introdotto nella Hall of Fame.

Nato a Pizzoferrato, in Abruzzo, Sammartino visse gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, prima di trasferirsi, a 15 anni, a Pittsburgh, città di cui sarebbe diventato un simbolo. The Living Legend - come veniva chiamato - non dimenticò mai le proprie radici italiane ed abruzzesi, rimanendo  fino all'ultimo fortemente legato alla sua terra d'origine.

"Dovete scusarmi, ma ho fatto undici operazioni e, quando tornerò in America, devo farne ancora un'altra, ma fra nu mese torno ad essere Bruno Sammartino". Parlava così il campione (video in alto), lo scorso mese di agosto quando, visibilmente affaticato ma sempre sorridente, era tornato a Pizzoferrato per presenziare alla cerimonia di inaugurazione della statua eretta in suo onore nel piccolo centro sulle montagne abruzzesi. La cittadinanza si era vestita a festa per omaggiare il paesano che negli USA era diventato una vera e propria stella, conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo.

Ovunque, tranne che in Italia. Sì, perché la stranezza della storia di Bruno Sammartino è che l'atleta non è mai stato "profeta in patria". Ad eccezione - ovviamente - degli appassionati di wrestling che ne hanno sempre fatto motivo di orgoglio nazionale. Ma i media non gli hanno (quasi) mai riservato l'attenzione che avrebbe meritato. Se chiedete in giro a chi non segue assiduamente il calcio, tutti sapranno dirvi chi è Dino Zoff, per esempio. Ma le stesse persone faranno spallucce se interrogati sul gigante di Pizzoferrato. Eppure stiamo parlando di due atleti allo stesso livello di importanza, nelle rispettive discipline.

Quel giorno di agosto, serenamente consapevole di questa anomalia, a noi fan spiegava che "quando facevo la lotta in America, qui non era famosa", mostrando comunque grande soddisfazione e sincera gratitudine per l'affetto che quella "nicchia" di pubblico nostrano gli aveva sempre fatto sentire, tutte le volte che era tornato in Italia. La cosa che mi colpì maggiormente fu che quell'uomo, che nella vita aveva calcato "palcoscenici" di primo piano ed era stato trattato come un dio da appassionati di tutto il pianeta, seduto in quella piazza, parlava alla sua gente con la stessa semplicità e commozione di un nonno che viene festeggiato dai suoi nipoti.

I medici gli avevano consigliato di stare al riposo, ma lui voleva assolutamente esserci quando il sindaco di Pizzoferrato, a nome della cittadinanza, gli avrebbe tributato una delle più grandi onorificenze che un cittadino possa ricevere. Io mi ero fatto qualche ora di macchina, passando anche per strade impervie (dopo avrei scoperto che il navigatore aveva colpito ancora...), per non mancare allo storico appuntamento. Qualche mese prima, mentre stava per entrare all'Amway Center di Orlando, dove sarebbe stato ospite della WWE in occasione della cerimonia della Hall of Fame 2017, gli avevo gridato: "ciao Bruno, siamo italiani!". Lui si era fermato di colpo, si era voltato e ci aveva salutato, un po' impacciato, quasi volesse venire verso di noi, pur non potendo. Fu la prima cosa che gli raccontai, quando ebbi la fortuna di parlarci a Pizzoferrato. Poi gli dissi: "Bello l'anello della Hall of Fame" (che lui indossava con grande onore). Mi rispose: "vuoi vederlo?", se lo tolse e me lo passò.

Più tardi, dopo la cerimonia, prese la parola per ringraziare tutti i convenuti ma dovette fermarsi due o tre volte per la commozione che gli strozzava le parole in gola. "È il riconoscimento più grande che abbia mai ricevuto", disse. Ed era assolutamente sincero. Riposa in pace, campione.

La fonte dell'articolo è l'autore Gianluca Caporlingua

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